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Una precisazione: oggi i lupi in Europa non attaccano più l’uomo, allora si verificava raramente a per via della scomparsa delle loro prede selvatiche a causa dell’attività venatoria e del diffuso malcostume di affidare i greggi a bambini isolati non in grado di difendersi o fuggire, nonostante fosse vietato dalle autorità.

L’antico Gévaudan, oggi Lozère

La storia della cosiddetta Bestia del Gèvaudan comincia nel 1764, ma forse questa belva iniziò a fare strage già due anni prima nel vicino Dauphiné, che allora era una provincia del sud-est di Francia, corrispondente oggi agli attuali dipartimenti di Isère, Drôme e Hautes-Alpes. Abbiamo tutta una serie di dati di attacchi e uccisioni che in ordine cronologico vanno verso il Gévaudan, a partire dell’8 settembre 1762 quando un bambino fu divorato in una zona della parrocchia di Laval, nel Dauphiné. Le uccisioni si spostarono difatti nel Vivarais che oggi è l’Ardèche per stabilirsi definitivamente a nord-ovest nel Gévaudan e in particolare nella zona a cavallo fra Gévaudan e Auvergne (entrambi oggi nella Lozère). Gli spostamenti della belva in altre zone furono causati dalle massicce battute di caccia effettuate per abbatterla. Quando finalmente nel 1767 fu uccisa, i chirurghi stimarono che avesse circa 7-8 anni, e quindi durante le predazioni del 1762 era già un grande maschio di circa tre anni di età.

Il primo attacco avvenne i primissimi giorni di maggio del 1764 nei pressi di Langogne, nel Gévaudan. I cani erano immediatamente fuggiti, ma fortunatamente le mucche avevano contrattaccato salvando la pastorella di 8 anni che la descrisse come “un’enorme belva dal pelo molto folto e rossiccio e dalle zampe dotate di lunghi artigli”. La prima vittima ufficiale della Bestia fu invece Jeanne Boulet, una pastorella quattordicenne del villaggio di Hubacs, facente parte della parrocchia di Saint-Étienne-de-Lugdarès, nell’Ardèche, al confine col Gévaudan. Era il 30 giugno 1764. Fu parzialmente divorata. Il 6 agosto ci fu la seconda vittima accertata, Marianne Hébrard, del villaggio di Cellier, parrocchia di Saint-Jean-la-Fouillouse. Per la prima volta quindi, a quanto si sa, la Bestia uccideva nel Gévaudan. Tutti gli atti relativi alla Bestia – così sarà poi chiamata, analogamente ad altre prima e dopo – come da usuale prassi, erano redatti in triplice copia e inviati rispettivamente alla Gendarmeria Reale e al Governatore Militare della Languedoc, la terza copia rimaneva al Sottointendente che la inviava all’Intendente, il quale la inoltrava se il caso al Ministro competente. Il conte Jean-Baptiste de Morin, Governatore Militare della Languedoc, però ordinò subito al capitano maggiore Jean Duhamel, comandante dei dragoni dei Volontari di Clermont, di intervenire, perlustrando il territorio a cavallo, se non erano costretti a smontare davanti alle tante e ripide salite di quelle montagne coperte di boschi e paludi, posizionavano trappole e si appostavano nei punti più idonei. Soprattutto nei pressi delle vittime della Bestia, appositamente lasciate dov’erano, sperando che tornasse alla preda. Vanamente.

Una scena del film Il patto dei lupi (2001, Le Pacte des loups), ispirato alla vicenda storica della Bestia del Gévaudan.

Un lupo ammazzato dai cani, 15 persone uccise dalla Bestia.

Il 20 settembre fu ucciso un lupo vicino al villaggio di Pradels, ma non fu opera dei dragoni. Lo fecero i cani da pastore di un gregge di passaggio. I pastori ricevettero il giorno successivo un premio di 18 franchi, pari a tre volte quello di un normale lupo. L’8 ottobre, a Souleyrols, nei pressi del castello di La Baume, fu attaccato e ferito un ragazzo di 12 anni, Jean Rieutort. Tuttavia i bovini misero in fuga la Bestia. Si organizzò una grande battuta e il terzo giorno i cani snidarono un lupo che aveva appena tentato di attaccare un altro ragazzo. Seppur ferito dalle fucilate, l’animale riuscì a dileguarsi nel bosco. Il mattino dopo due contadine lo videro passare a distanza. Zoppicava un po’, ma tutto lì. Da quel momento i popolani cominciarono a credere che fosse immortale o che fosse aizzato da qualcuno e protetto da una corazza. In seguito si scoprì che non era affatto vero. Il 20 ottobre fu messa in campo pure una compagnia di esperti cacciatori di lupi, mentre i nobili locali presero a fare battute con i cani, anche perché i loro contadini cominciavano a rifiutarsi di lavorare nei pascoli e nei villaggi. Risultato, i cani da caccia dei nobili, dei villaggi e dei pastori cominciarono a morire per via dei bocconi avvelenati sparsi dai cacciatori e quindi questi ultimi furono bloccati dalle autorità. A quella data la Bestia aveva già ucciso 15 persone e ne aveva ferite molte altre e la taglia sull’animale era salita dai 3 franchi per un normale lupo a ben 200 (superiore alla paga di 18 mesi di un dragone).

Iniziarono delle grandi battute e quella del 28 ottobre coinvolse ben 10.000 uomini provenienti da molti villaggi.e diverse decine di cani Nonostante la neve e la nebbia al secondo giorno la Bestia fu avvistata, ma ruppe l’accerchiamento azzannando uno dei cacciatori e fuggendo con incredibile agilità. I cani non riuscirono a raggiungerla. Una serie di altre otto grandi battute dal 20 al 27 novembre non diedero risultati, se non quello di fare spostare la belva in una zona più lontana e ancora più selvaggia. La taglia sulla belva venne portata a 400 franchi e il 17 dicembre a 1000. I cani a causa delle continue bufere di neve perdevano spesso la pista e quando lo vedevano non riuscivano a raggiungerlo poiché il lupo ha fiato e scioltezza eccezionali, specie in erte zone montane. Basti questo esempio, sempre in Francia e poco prima della nostra vicenda, un vecchio lupo stanato nella foresta di Fontainebleau e inseguito senza tregua fu raggiunto – con continue sostituzioni dei cavalli e dei cani spossati – solo quattro giorni dopo alle porte di Rennes, a oltre 300 chilometri di distanza.

La Bestia è ferita. Ma ha già ucciso 39 persone.

Il 18 dicembre fu attaccata una donna che però si difese colpendo la belva per tre volte con un’ascia. Dichiarò che “aveva la taglia di una mucca o di un toro di un anno”. Il 22 dello stesso mese, durante una grande battuta, i cani la stanarono nella zona di Beauregard, parrocchia di Fau-de-Peyre. La Bestia, fra le fucilate, fu pure inseguita nella neve alta da un dragone a cavallo, sciabola alla mano, ma riuscì a fuggire. Anche Duhamel la vide e riferì che “La Bestia del Gévaudan non è certamente un lupo, ma uno strano e sconosciuto ibrido”. Il 6 gennaio 1765 la Bestia entrò nel villaggio di Faverolles, incurante degli atterriti paesani che uscivano dalla chiesa, poi arrivò al villaggio di Valiette e attaccò un bambino davanti a casa sua, riuscendo a trascinarlo però solo di pochi metri a causa dell’intervento del padre e di un cane subito accorso. Nella stessa giornata uccise Delphine Gervais nel villaggio di Saint-Juéry, parrocchia di Fournels, nel Gévaudan. Ma accorse un pastore con il suo cane e allora fuggì. Il 10 addirittura attaccò, girandogli attorno a balzi per disorientarli, alcuni uomini che stavano attraversando il ponte di Arifattes, nei pressi del villaggio di Laubies, che però si difesero a lungo ed efficacemente con le baionette (bastoni con un’acuminata punta metallica, allora molto comuni). Pareva non avere paura di nulla.

Il 27 gennaio la taglia sulla Bestia fu portata addirittura a 9.400 franchi, pari al costo di 94 cavalli di pregio oppure alle taglie pagate per l’uccisione di 1.500 lupi, o a quasi 33 anni di lavoro di un salariato agricolo (che percepiva circa 20 soldi al giorno). A quella data la Bestia aveva ucciso già 39 persone, e ferite molte di più.

La Bestia nuovamente ferita. Arriva il famoso cacciatore di lupi d’Enneval de Vaumesle di Alençon. I morti sono saliti a 46.

Il 31 gennaio a Javols, la Bestia si avvicinò a tre bambini che stavano giocando davanti all’uscio di casa, ne afferrò uno di 8 anni e lo trascinò per circa centocinquanta metri. Ma il cane di casa immediatamente rincorse la Bestia, la raggiunse e l’attaccò con grande coraggio, rovesciandola a terra più volte e costringendola a mollare la vittima che, seppure ferita alla gola, dopo una lunga convalescenza guarì. Il 7 febbraio fu organizzata una battuta con cavalieri, soldati, guardiacaccia, cacciatori scelti e intere mute di cani, nonché ben 20.000 uomini come battitori mobilitati in 121 parrocchie. Il territorio da perlustrare era enorme, circa 60 chilometri da nord a sud e di 40 da est a ovest. Quella che forse era la Bestia fu infine individuata e pure colpita (i fucili dell’epoca avevano una gittata ridotta e spesso facevano cilecca o avevano tiri fiacchi per via della polvere umida) ma riuscì a fuggire perché i battitori che dovevano chiudere la trappola se n’erano bellamente andati in una trattoria a bere vino. L’11 venne ripetuta e fu ucciso un lupo. Tuttavia la Bestia attaccò lo stesso giorno un uomo adulto, venendo ferita a colpi di baionetta.

Vista la situazione, re Luigi XV affidò l’incarico a un grande cacciatore di lupi, il vecchio gentiluomo normanno Jean Charles-Marc-Antoine d’Enneval de Vaumesle di Alençon. Era accompagnato da suo figlio Jean-François, che era militare di professione ad Alençon e aveva ricevuto un’apposita licenza, da un valletto, alcuni addetti e da due grandi cani messi a disposizione dal conte di Montesson del Maine. Aveva pure segugi, di grandissimo valore a suo dire, solo che dovevano ancora arrivare, a bordo di un carro. D’Enneval vedendo quelle montagne coperte di neve e flagellate dalle tormente, costellate di caverne, ricoperte da fitti boschi e ampie radure d’alta quota attraversate da profondi burroni che costringevano a deviazioni di molti chilometri quando magari da una parte all’altra due persone avrebbero potuto persino parlarsi tanto erano stretti, esclamò: “Questa bestia non è affatto facile da prendere”. I morti intanto erano arrivati a 46.

Il fiume Tarn, nella zona della Bestia.

Storie di cani. Finora 58 vittime umane.

Il 22 febbraio la Bestia attaccò due bambini nel villaggio di Montel, parrocchia di Javols. Con loro c’era però uno di quei grandi cani da pastore usati anche nel Gévaudan una razza famosa per l’efficacia contro i lupi che subito balzò sulla belva, afferrandola per il collo. Ma dopo, inaspettatamente, la lasciò andare ritraendosi e non volle più tornare all’attacco. La Bestia si fermò e fissò il cane con uno sguardo a detta dei soccorritori colmo di disprezzo per il vile avversario. Poi fuggì. Il bambino, pur ferito gravemente, sopravvisse. Non si capisce il perché dello strano comportamento del cane. Ebbe paura? Forse. Percepì sulla Bestia l’odore del sangue del bambino, del sangue umano, e questo istintivamente lo fece fermare? Chissà. O più probabilmente una volta raggiunto il suo scopo, e cioè quello di fare lasciare il bambino, considerò raggiunto il suo scopo. Comunque, non dimostrò di essere un cane all’altezza della fama della sua razza.

Stesso esito il 24 per l’attacco di una ragazza di La Molle, nei pressi di Termes. Atterrata dall’animale, fu soccorsa da una coraggiosa domestica, che finì azzannata al volto e a un braccio. L’arrivo di un uomo e dei suoi cani mise in fuga la fiera. In marzo fu segnalata a sud di Saint-Alban e i cani di un gruppo di cacciatori riuscirono a bloccarla. I cacciatori erano ormai vicini, quando la fiera contrattaccò e i cani fuggirono. Intanto D’Enneval non aveva ancora ricevuto i suoi famosi cani segugi addestrati solo per il lupo, ardenti e della taglia da 26 a 27 pollici e il giornale Courrier d’Avignon con ironia scrisse che l’esperto cacciatore (subito dimostratosi spocchioso e venale) fino a quel momento non aveva avuto alcun contatto con la Bestia, che “pertanto doveva avere un’intelligenza pari alla straordinaria agilità dimostrata, perché doveva essere venuta a conoscenza del suo arrivo e quindi evitava accuratamente di confrontarsi con d’Enneval”.

Il 13 marzo la Bestia apparve nel villaggio di Vessière, parrocchia di Saint-Alban, dove Jeanne Chastang, donna minuta di 40 anni, si trovava con tre dei suoi figli davanti all’uscio di casa. La belva attaccò la figlia di 9 anni e allora Jeanne si gettò coraggiosamente sulla fiera e con la forza della disperazione riuscì a liberare la figlia, tenendo intanto lontana la belva a calci. La Bestia allora afferrò l’altro bambino di 6 anni ma mentre scappava con la preda la madre gli saltò sulla schiena afferrandolo con le braccia e le gambe. Gettata a terra più volte e ferita, riusciva sempre a trattenere l’animale, anche ai testicoli.

L’eroica lotta di Jeanne Chastang.

Jeanne riuscì ad afferrare una pietra, colpendo la belva più volte sulla testa. Finalmente fu udita da uno dei due figli più grandi, di 13 anni, che lavorava nella stalla e che accorse, seguito dal suo cane da pastore che, incredibilmente, non s’era accorto di nulla. Il mastino, descritto come un esemplare dei più grandi di quella razza, raggiunse per primo la belva, si scontrò con lei e la ribaltò a terra, azzannandola alla testa. Intanto giunse anche il ragazzo che la colpì con la sua baionetta, ma apparentemente la punta non penetrò, oppure la belva, lottando con il cane, non accusò visibilmente il colpo. A questo punto però aveva capito di essere a mal partito e, dopo essersi sbarazzata del cane buttandolo a gambe levate ad alcuni metri di distanza, fuggì verso il bosco. Il bambino morì sei giorni dopo. La Bestia pareva surclassare fisicamente qualsiasi cane, anche i più grandi, poiché nessuno di questi riuscì mai – anche in scontri in cui parvero avere la meglio, ma probabilmente solo perché il combattimento fu breve e la belva non aveva interesse a portare a fondo la lotta – a infliggerle ferite gravi.

Verso la fine di marzo arrivarono finalmente i cani di d’Enneval e il 31 il nobile fu avvertito che la Bestia aveva attaccato un bambino in un villaggio tra Fournels e Termes, ma che questi si era difeso, tanto che sulla punta della sua baionetta erano rimasti attaccati dei peli dell’animale. Immediatamente organizzò una battuta, ma si notò che mentre i cani del Gévaudan avevano subito individuato e seguito la pista con decisione, quelli dell’imbarazzato d’Enneval parevano disinteressati. Un’altra cosa, il nobile non liberava i cani, ma li faceva tenere al guinzaglio. Probabilmente temeva che se fossero corsi in avanti in luoghi in cui i cacciatori non avrebbero potuto seguirli come zone troppo ripide e paludose si sarebbero trovati davanti alla Bestia da soli. Insomma, temeva che la belva li ferisse o uccidesse, nonostante fossero sei contro uno. Alla fine si decise a far liberare i cani. Nonostante il vantaggio accumulato, la belva fu raggiunta e scoppiò una lotta furibonda.

Quando però la Bestia si accorse dell’arrivo dei cacciatori, ebbe un’esplosione di furia e si sbarazzò degli avversari. Gli uomini erano rimasti troppo indietro e d’Enneval era preoccupato per la sorte dei suoi cani. Fu solo quando anche l’ultimo tornò indietro che tirò un sospiro di sollievo. Non dimostrava preoccupazione per le vittime della belva, ma per i suoi cani sì. Ma certo alla prima vera opportunità di farsi valere non avevano fatto bella figura. In una lettera scritta al ministro Saint-Priest il Sottintendente Lafont scrisse: “Mi sembra un poco scoraggiato, cosa che non mi sorprende molto (…) Gli stranieri vengono con la migliore volontà, cacciano per quindici giorni o tre settimane, e dopo se ne tornano a casa, stanchi e demotivati”. Il 4 aprile il nobile riuscì a vedere da lontano l’enorme belva mentre, inseguita dai cani, correva a velocità fantastica con balzi giganteschi che, nonostante fosse in salita, l’avevano presto portata fuori vista. D’Enneval dichiarò che a suo parere non era un lupo. Il 22 aprile a Malzieu furono trovate tracce fresche della Bestia e d’Enneval in breve giunse sul posto con i suoi cani che però non solo non mostrarono nessuna eccitazione, ma addirittura non percepirono neppure l’odore della Bestia. Uno degli addetti ai cani, irritato dalla situazione, giunse ad afferrare la testa di uno di questi e ad abbassarla più volte violentemente sul terreno e sulle orme della belva, ma ancora una volta con nessun risultato. Avevano paura.

Due lupi uccisi, ma non si tratta della Bestia. L’incarico a François Antoine. Le vittime sono arrivate a 80.

L’1 maggio, mentre d’Enneval faceva un’altra infruttuosa battuta con i cani, un lupo nei paraggi di La Chaumette fu visto avvicinarsi di soppiatto a un ragazzo di 15 anni che stava facendo pascolare il bestiame. Gli abitanti di una casa vicina gli spararono e l’animale, lasciando una grande striscia di sangue, fuggì andando a morire lontano. Ma non era la Bestia, anche se probabilmente pure lui antropofago. Lo cercarono in 200, ma la pioggia torrenziale evidentemente cancellò il sangue e il suo odore. Il 23 ci fu un’altra battuta e nella zona di Arzenc-de-Randon fu stanata una lupa, raggiunta e accerchiata non dai cani da caccia ma da tre cani da pastore. Subito si scatenò una selvaggia lotta, durante la quale due cani furono messi fuori combattimento. Ma anche la lupa non ne uscì indenne, e pur riuscendo a fuggire, era visibilmente stanca. I cani si ripresero e finalmente la bloccarono. Fu uccisa a colpi di baionetta. Era una giovane lupa e pesava poco più di venti chili. Non era certo la Bestia.

Luigi XV

Il 24 maggio fu attaccata la diciottenne pastorella Marguerite Bony, che si trovava nel pascolo detto Coste-Rouge, nei pressi del villaggio di Marcillac, vicino a Lorcières, in Auvergne. Fu soccorsa da un quindicenne che colpì più volte con la baionetta la belva, che alla fine, sanguinante, si ritirò. Tuttavia le vittime aumentavano e re Luigi XV capì che d’Enneval non era in grado di portare a termine il compito affidatogli. Fra l’altro la stampa inglese aveva preso a fare articoli sulla vicenda, ridicolizzando lui e la Francia.

 

Conferì quindi l’incarico al settantenne François Antoine, che aveva la carica di Porta Archibugio del Re ed era Grande Louvetier del Regno. In pratica, il maggiore rappresentante della Louvetier, l’organizzazione creata secoli prima proprio per sterminare i lupi. Insomma, qualche capacità l’aveva senza dubbio, visto che nel 1746 aveva condotto la caccia alla Bestia di Versailles un grande lupo antropofago che fece vere e proprie stragi riuscendo infine ad abbatterlo. Il re, che si fidava molto di lui, gli ordinò di scegliere i migliori cacciatori di Francia e di andare nel Gévaudan a eliminare quella maledetta belva una volta per tutte. Luigi XV era talmente irritato, anche se caratterialmente era una persona pacata, che il duca di Orléans, quello di Pontièvre e il principe di Condé, appassionati di caccia, si affrettarono a mettere a disposizione il meglio di ciò che possedevano quanto a cacciatori, cavalli e cani.

Il 16 giugno François Antoine arrivò nel Gévaudan. Con lui c’era il figlio Robert-François Antoine de Beauterne, un valletto, otto capitani della guardia reale di Versailles e Saint-Germain e sei guardiacaccia messi a sua disposizione dal principe di Condé, dal duca di Orléans e dal duca di Penthièvre, tutti eccellenti tiratori. Avevano con loro quattro grandi cani segugi della Louveterie Royale, ognuno dei quali aveva partecipato all’uccisione di parecchi lupi. A completare la muta, un forte e grande levriero. Finché d’Enneval non partì i due collaborarono diverse volte, perché Antoine aveva bisogno dei suoi cani. Fra l’altro in quei giorni uno dei quattro segugi si era ammalato e quindi ne rimanevano solo tre più il levriero. Aveva bisogno di alcuni grandi e forti cani, abbastanza coraggiosi e nel caso feroci da poter affrontare la Bestia. Pertanto chiese alle autorità locali se potevano procurargli cinque o sei mastini, ossia cani da pastore, della zona, visto che ne aveva sentito parlare bene.

Il 4 luglio fu uccisa l’anziana Marguerite Oustallier, del villaggio di Broussoles, parrocchia di Lorcières, mentre stava custodendo le sue vacche al pascolo. Antoine visionando ciò che restava del cadavere e le impronte sparse intorno, capì che quello era veramente un grande lupo poiché le impronte erano enormi. Ovvio cosa pensò Antoine, e che poi scrisse. “E se la cosiddetta Bestia non fosse altro che un grande lupo, magari insieme alla compagna e a qualcuno dei suoi figli?”. Del resto, più volte era stato descritto un animale, probabilmente la Bestia o la sua femmina, che camminava con uno o più cuccioli a fianco o che quando si allontanava veniva raggiunto da loro. Se era così, la Bestia stava allevando i suoi cuccioli anche con carne umana, insegnando loro che l’uomo era una preda da cacciare. E se era così, prossimamente ci sarebbero state in giro parecchie Bestie antropofaghe. Anzi, forse ce n’erano già. Ma uno dei peggiori nemici era il tempo, dal suo arrivo praticamente aveva piovuto tutti i giorni, oppure c’era stata una pesante nebbia che non permetteva di vedere neppure a pochi metri di distanza. Ecco cosa scrisse Antoine in una lettera del 27 luglio 1765: “Le piogge, le spesse nebbie che regnano tutte le mattine e che durano spesso fino a sera, il fieno, il grano che non possono essere raccolti se non alla fine di agosto, gli abitanti che sono occupati in ciò che fornisce tutte le loro risorse, tutto questo ritarda molto tutte le nostre operazioni”. E ripeté: “Abbiamo riconosciuto sia dalle ferite che queste bestie hanno fatto sui cadaveri e sia dalle orme, che non c’è nessuna differenza dal piede di un grande lupo. Se c’è una bestia di un’altra specie diversa dai lupi e che causa queste devastazioni, né le guardie né io abbiamo potuto ancora scoprirla, né c’è nessuna impronta differente da quella dei lupi, e questo malgrado le continue ricerche che abbiamo fatto”.

Arrivano i rinforzi. I morti intanto sono 88. Abbattuto un grande lupo, ma non è la Bestia, che comunque è ferita gravemente.

Il 2 agosto Antoine sentì latrare molti cani e non erano certo i suoi, che riconosceva immediatamente a orecchio. Inoltre questi erano ben diciannove, condotti da due valletti e al seguito del conte Antoine Tournon il quale, dall’Haut-Vivarès, sentite le difficoltà di Antoine, si era messo spontaneamente in viaggio per aiutarlo. Antoine, suo figlio e i guardiacaccia erano esultanti, e lo furono ancor più quando il conte disse loro che erano in arrivo altri sei cani. Il conte di Tournon fece presto amicizia con tutti e rimase lì finché Antoine non partì. Insomma, erano arrivati prima gli aiuti privati invece di quelli richiesti alle autorità.

Il 6 agosto due ragazzi stavano facendo pascolare il bestiame vicino al ruscello di Gorguière, villaggio di Marcillac, nella parrocchia di Lorcières. All’improvviso, da lontano, videro arrivare di corsa la belva e, avendo incautamente poggiato lontano le loro baionette, non poterono fare altro che rifugiarsi all’interno del gregge. Ma certo gli ovini non potevano fornire protezione come invece era avvenuto in altri casi con le vacche o i maiali. Fortunatamente avevano anche dei cani, che si posero davanti a loro abbaiando verso la Bestia e così questa si fermò e infine trovò in una bisaccia del pane che dimostrando di essere veramente affamata mangiò. Poi se ne andò. La belva infatti non poteva alimentarsi solo di carne umana, perché altrimenti negli intervalli fra una vittima e l’altra sarebbe morta di fame. Difatti Antoine scoprì più volte carcasse di capre e pecore divorate.

L’11 Antoine organizzò attentamente una battuta durante la quale i suoi uomini e i battitori si sarebbero divisi in tre gruppi ed effettivamente la belva fu scovata. Udendo arrivare i cani, aveva giocato d’astuzia e aveva attraversato più volte un fiume per fare perdere le sue tracce, ma i segugi non si erano fatti ingannare. La belva in fuga però sbucò all’improvviso in una radura e qui si trovò davanti a un gregge e ai cani da pastore, che immediatamente si gettarono contro di lei costringendola a cambiare direzione, e poi contro i cani da caccia. Tuttavia quella era una giornata particolare, perché la Bestia – dimostrando di essere onnipresente (poi capirete il perché…) – aveva attaccato pure la pastorella Marie-Jeanne Valet in un bosco vicino a Paulhac, ricevendo un devastante colpo di baionetta al petto mentre le si buttava addosso con un salto. Il sangue sparso sull’intera punta in ferro della baionetta e lunga 8 cm, nonché sul terreno, testimoniava che la ferita era forse mortale, anche se l’animale era fuggito. Le enormi impronte erano le stesse, come grandezza, già esaminate da Antoine. Ma la belva, si scoprì in seguito, sopravvisse perché la punta penetrò non nel petto ma nell’ascella.

Ad Auvers è stato dedicato un monumento a Marie-Jeanne Valet.

Il 28 Rinchard, uno dei guardiacaccia di Antoine, era appostato vicino alla foresta del Tenezere quando notò un lupo nero che stava osservando dei pastorelli. L’attimo prima non c’era, poi era apparso. La distanza era di 109 passi, poco più di 50 metri, e quindi non vicino ma neppure troppo lontano. Rinchard prese accuratamente la mira e sparò, centrandolo e per di più in un punto mortale visto il molto sangue trovato sul terreno. Tuttavia il lupo fuggì. Si fecero allora arrivare i cani, che ne seguirono le tracce fino a Vedrines-Saint-Loup. Poi lo persero. Ma Rinchard, che era un tipo abile e sveglio, era sicuro di alcune cose, per esattezza cinque: il lupo si stava avvicinando ai pastorelli; era enorme; era nero o molto scuro; era stato colpito in pieno; sarebbe senza dubbio morto. E difatti il 31 agosto alcuni contadini ne trovarono il cadavere e così alcuni giorni dopo il conte di Tournon partì con i suoi cani. L’istinto però diceva ad Antoine che “là fuori” c’era ancora qualcosa e difatti la strage riprese.

La caccia continua.

Il tempo peggiorava, le nebbie si facevano sempre più frequenti e c’erano già state delle gelate. Ma il 16 settembre, ecco finalmente arrivare gli uomini e i cani richiesti! Si trattava di due addetti con la muta, composta da un levriero, due segugi, otto robusti cani da lupo della Louvetérie e di un buon segugio di Fontainebleau. Quindi, dodici cani ai quali si aggiungevano i cinque già portati da Antoine. Certo, non erano i venticinque della muta del conte di Tournon, ma si poteva farne buon uso. A proposito dei cani inviati ad Antoine, si dice che fra questi vi fossero alcuni mastini abruzzesi (ossia cani da pastore maremmani-abruzzesi), offerti per questa particolare caccia dal Regno di Napoli. In realtà nella grande mole di documenti sulla vicenda presenti negli archivi e musei, non c’è nessuna traccia in merito. Probabilmente l’equivoco nasce da un quadro del pittore Jean-Baptiste Oudry nel quale è raffigurato un lupo che combatte contro alcuni cani, due dei quali paiono essere dei bianchi mastini abruzzesi, quindi di razza italiana. Ma anche il francese cane da montagna dei Pirenei è grande – anzi più grande, solitamente – e bianco. Fra l’altro il pittore di fiducia del re francese, appunto Oudry, all’epoca della Bestia del Gévaudan era già morto e quindi è chiaro che il quadro raffigura un’altra caccia al lupo, e precisamente quella alla Bestia di Versailles, condotta proprio da Antoine nel 1746.

Il quadro di Jean-Baptiste Oudry raffigurante la caccia alla Bestia di Versailles.

Il 17, i guardiacaccia di Antoine gli riferirono che vicino al cadavere dell’ultima vittima, una bambina di Pépinet, era stato visto un grosso cane da pastore che aveva trovato i resti e li stava mangiando. Antoine diede subito ordine di sparare a vista all’animale, che fosse domestico o inselvatichito, e in una lettera inviata subito dopo a Saint-Priest, gli comunicò la decisione di abbattere il cane, come del resto avevano chiesto gli stessi abitanti della zona. Scrisse: Preveda le conseguenze, se i mastini che lei può vedere dappertutto in questo paese dovessero cominciare a mangiare le persone!“. Il cane fu avvistato, ancora intorno a Pépinet, quattro giorni dopo e ucciso.

Sempre il 17 ci fu un attaccò nel villaggio di Pommier, parrocchia di Chazes, in Auvergne. Una donna, Jeanne Valette, stava accudendo il suo bambino, quando lo abbandonò per un attimo per una breve incombenza. Voltandosi però notò la Bestia che si stava avvicinando di soppiatto, e allora prese un coltello e intervenne di corsa. La belva partì all’attacco ma la donna coraggiosamente la ferì alla spalla e la mise in fuga. Conseguentemente, appena ricevuta la notizia, Antoine organizzò una battuta con i cani e fu così che scoprirono grandi impronte di lupo. A loro parere c’era la possibilità che la belva fosse ancora in zona e difatti il giorno dopo comunicarono di aver visto, nel cosiddetto Bosco della Signora, un lupo gigantesco. Non era solo, perché con lui c’era la femmina e tre cuccioloni. Antoine organizzò per la mattina dopo una battuta con tutti i cani e i suoi uomini e con l’aggiunta di quaranta cacciatori provenienti da Langeac e molti battitori.

La Bestia uccisa!

Era il 20 settembre 1765 e Antoine, insieme a Rinchard, si appostò in un punto sulla riva destra del fiume Allier, a nord-est di Auvers. A un certo punto sentirono i latrati dei cani, prima monotoni poi più acuti e frenetici, segno che avevano trovato la pista e che erano dietro alle belve. Antoine, che ammetteva di sovraccaricare il suo fucile al punto che rischiava di esplodergli fra le mani, questa volta per sicurezza si era munito di un’arma ancora più potente e cioè una spingarda. Era una sorta di archibugio enorme, lungo più di due metri e tanto pesante che per mirare lo si poggiava su un apposito cavalletto o alla bisogna su un robusto ramo. L’aveva caricato non con una, ma con ben cinque cariche da lupo, versandovi poi trentacinque pallettoni più una grossa palla unica. Tale pericolosa scelta era dettata dall’esperienza di varie persone con la Bestia, che pareva sopportare le normali fucilate senza rimanere ferita gravemente o almeno senza morirne.

E all’improvviso Antoine vide uscire dal bosco – sono parole sue – quello che inizialmente nella foschia gli parve un asino o un mulo che però, quando giunse a una cinquantina di passi di distanza, si rivelò essere un lupo colossale. Con la spingarda così caricata, non fu uno sparo, ma una cannonata. L’animale cadde rovinosamente a terra, colpito al collo, alla testa e alla spalla. Ma un attimo dopo, incredibilmente, eccolo rialzarsi con un buco al posto di un occhio là dove la palla era penetrata e riprendere la corsa in direzione di Antoine, la cui arma era ormai scarica. Ma Rinchard lo centrò ancora e il lupo crollò.

Esaminarono il corpo insanguinato del gigantesco lupo grigio – da quel momento chiamato il lupo di Chazes visto che era stato abbattuto nei pressi di quest’abbazia reale – e notarono la cicatrice del colpo di baionetta infertogli sotto l’ascella da Marie-Jeanne Valet. Esaminato poi con attenzione da un chirurgo (esiste ancora il verbale con descrizione e firme) risultò avere circa 8 anni, essere lungo 143,3 cm coda esclusa, alto al garrese 87 centimetri e pesante 63,6 kg. Sangue escluso, in quanto dalle ferite provocate da circa quaranta pallettoni il sangue dovette colare come da un rubinetto. Forse da vivo doveva pesare quasi 70 kg o persino di più perché quando fu nuovamente misurato da uno staff di quattro chirurghi, il peso risultò essere sbagliato per difetto. Il cadavere presentava molte cicatrici più o meno recenti e sotto la pelle furono trovate palle e pallini di fucile che erano rimaste lì, pur non essendo penetrate in profondità.

Antoine era convinto che quel gigantesco esemplare fosse la Bestia del Gévaudan, anche se non la sola. Lo scrisse anche all’Intendente: “Ciascuno di noi non ne ha mai visto uno di uguale per grandezza, forza, peso, grossezza e lunghezza delle quattro zanne, avendo anche il più grande piede di lupo che abbiamo mai visto, e che come avevamo notato dalle sue impronte piantava le sue unghie per più di un pollice nel terreno. Per una forza soprannaturale che le è sempre stata riconosciuta, la Bestia aveva trascinato dei corpi molto pesanti, tanto vivi che morti, ad una distanza troppo considerevole per non provare con ciò che tali atti potevano essere possibili solo a un animale gigantesco come questo. Non pretendo di provare che non ci fossero altri lupi che non si siano uniti a lui per divorare gli uomini, come già accadde in queste province nel 1630, quando ci vollero otto anni per distruggerli, ed io sono troppo modesto per potere ritenere che sia solo“.

Luigi XV, appena seppe la notizia esultò e la notizia dell’abbattimento della Bestia del Gévaudan finì su tutti i giornali francesi e anche esteri e divenne argomento di discussione ovunque nel regno. Del resto Luigi XV era anche un appassionato cacciatore e cinofilo che possedeva un vero esercito di cani, quasi mille, che egli conosceva uno a uno per nome. Solo la sua muta per la caccia al cervo contava ben 250 cani. Quello di Luigi XV fu un periodo in cui la venaria, ossia la grande attività venatoria e quindi di caccia, fu esaltata al massimo della sua gloria e durante il quale furono composte le fanfare di caccia ancora in uso ai giorni nostri. L’1 ottobre la belva impagliata fu portata direttamente al cospetto di Luigi XV e della corte lì riunita e tutti si stupirono delle sue dimensioni e dell’aura di minaccia che emanava pure da morta.

La bestia imbalsamata

Antoine invece, nonostante la stanchezza, voleva terminare il compito assegnatogli uccidendo anche la femmina e i cuccioloni della Bestia, temendo che avendo già assaggiato la carne umana proseguissero la strage. La femmina alta 70 cm al garrese e i cuccioloni, già più grandi della madre, furono abbattuti tutti entro il 17 ottobre. Antoine lasciò il Gévaudan il 3 novembre e il tempo ormai si era messo al brutto. Quello che si avvicinava però non era un temporale, ma un uragano chiamato Rivoluzione Francese. Morì sei anni dopo, nel 1771, all’età di 76 anni. La Bestia impagliata fu inviata al Museo di Storia Naturale di Parigi e conservata in uno dei tanti polverosi magazzini finché all’inizio del XX secolo, ormai attaccata dalle tarme e con il pelo che cadeva a ciuffi, si decise di distruggerla.

La Bestia non è morta. Le vittime umane salite a 109.

Il 2 dicembre ci furono degli avvistamenti di un animale molto più grande di un lupo, seguiti da alcuni attacchi. Il 21 fu sbranata una pastorella nei pascoli sopra il villaggio di Marcillac e il giorno dopo un animale tornò a cercarne il cadavere, ma non trovandolo si avvicinò a un’altra pastorella. Fu però vista da tre pastori che subito aizzarono i loro cinque cani. La fiera fuggì, inseguita dai cani, giungendo fino a dentro il villaggio di Clavières, sfrecciando fra le case, balzando nelle strette strade fra il latrato dei cani e infine spuntò nella piazza della chiesetta locale. I paesani, che stavano uscendo proprio in quel momento dopo aver assistito alla messa domenicale, tornarono dentro e si barricarono, mentre le campane prendevano a suonare per dare l’allarme. Altri si rifugiarono ovunque potessero, nella taverna, nelle case. La belva li ignorò e fuggì.

La belva attraversa il villaggio di Clavières.

La Bestia non era affatto morta, era tornata e lasciava impronte enormi, lunghe oltre sedici centimetri! (confermato dalla successiva autopsia). Ricominciarono le predazioni umane e l’11 marzo 1766 il Courrier d’Avignon annunciò che la Bestia del Gévaudan non era morta, oppure era resuscitata. Il 3 giugno la Bestia si avvicinò al villaggio di Lescoussouses, nella zona di Desges, e afferrò una bambina di 10 anni che stava sul retro della sua casa, trasportandola poi con incredibile facilità in un campo vicino. Tuttavia la belva non aveva evidentemente notato che, forse accucciato in un punto defilato, c’era anche un grosso cane da pastore che immediatamente la rincorse e si buttò sulla Bestia, costringendola a lasciare la ragazza. La bambina riportò l’amputazione di un orecchio e due gravi ferite al collo e alla testa, ma nonostante la perdita di sangue fu salvata da un chirurgo fatto venire d’urgenza da Langeac. Altri non furono così fortunati, tanto che alla fine del 1766 le vittime della Bestia erano arrivate a 109.

A quel punto Luigi XV, imbarazzato e irritato, non ne volle più sapere e ordinò la censura a tutte le autorità della Languedoc e delle zone vicine, inclusi i curati ai quali fu espressamente vietato di citare qualsiasi riferimento alla Bestia negli atti dei funerali. Le autorità cessarono formalmente di interessarsi alle successive vicende, e gli incartamenti giunti fino a noi pertanto si riducono moltissimo e si limitano agli scarni rapporti dei curati che non tennero conto della disposizione del re. Dobbiamo pertanto ritenere che all’appello manchino altri attacchi e vittime, semplicemente nascosti. Censura o no, diverse lettere conservate negli archivi dichiarano che la belva uccise altre dozzine di persone, tanto che la popolazione terrorizzata partecipò in massa a varie celebrazioni religiose in cui si chiedeva l’intervento dei santi, come quella del 14 giugno 1767 a Notre-Dame-de-Beaulieu, a tre chilometri a sud-est di Paulhac. L’affluenza era stata tale che la massa di fedeli aveva invaso i prati e le messe erano state celebrate all’aperto. Intanto però dei nobili locali avevano deciso automamente di cacciare la Bestia, come il marchese d’Apcher. Difatti la popolazione gli fu tanto grata che, quando fu catturato durante la Rivoluzione Francese, intervenne e lo fece liberare. A giugno 1767 le vittime della Bestia erano salite a 131 ma la censura ne aveva nascoste molte altre. Si calcola che le persone uccise in totale siano state in realtà fra le 150 e le 300.

La Bestia in una illustrazione dell’epoca

Gli uccisi sono almeno 131, nonostante la censura. La Bestia finalmente uccisa.

L’ultima vittima della Bestia del Gévaudan fu un bambino di 8-9 anni a Desges, il 18 giugno. La notizia dell’attacco fu recapitata al marchese d’Apcher anche se erano già le 11 di notte, il quale precipitosamente avvertì alcuni cacciatori, esattamente dodici, fra gli uomini del castello e quelli delle sue terre, e subito partirono al galoppo verso la zona dell’erta foresta montagnosa della Teynazère, sui Monti della Margeride. La belva si trovava probabilmente in quei paraggi e agendo in velocità c’era la possibilità di capitarle addosso nelle ore del giorno successivo, 19 giugno. Intanto erano stati avvertiti gli abitanti del luogo affinché partecipassero come battitori alla caccia. Era l’alba quando, dopo aver appostato i tiratori, i cacciatori a cavallo, i circa 300 battitori e i cani perlustrarono il bosco a nord della Margeride, entrando poi in quello di proprietà del marchese di Pons. Il cacciatore Jean Chastel – un oste dalla vita avventurosa, nonché sospetto bracconiere – era appostato nel punto che gli era stato assegnato e aspettava in silenzio, guardandosi attorno e attento a udire il latrato dei cani all’inseguimento. E intorno alle 10, 30 in effetti arrivò la Bestia, insieme probabilmente alla femmina.

Mentre l’animale avanzava a passo leggero, sembrava infatti che non toccasse neppure terra, Chastel poté osservarlo. Pareva un lupo, ma mostruoso. Anche se era un poco più piccolo del colossale lupo ucciso da Antoine, era enorme. Dalle snelle zampe posteriori, il tronco andava facendosi sempre più largo e possente, fino alle forti spalle e al petto muscoloso da cui partiva un collo taurino di spropositata robustezza. Ma ciò che più colpiva era l’enorme testa. Il muso era lungo e aguzzo quasi come quello di un comune lupo, ma era la sua larghezza a essere anomala. Neanche i grandi molossi che custodivano le ville e i castelli dei nobili della zona presentavano guance così larghe e piene e una fronte così ampia, resa ancor più appariscente nella sua brutale conformazione dalle piccole orecchie ritte. E le zampe! Lunghe ma robustissime, spesse come il braccio di un uomo vigoroso, e che terminavano in piedi tanto grandi da essere sproporzionati. Eppure, notò Chastel, quei pur gelidi e inquietanti occhi emanavano mistero e fascino, e nessuna ferocia o bramosia di strage. Sembrava un tranquillo lupo di passaggio, tutto qui.

Tuttavia, neppure per un attimo Chastel dubitò che quella fosse la belva che tanti orrori aveva provocato in quegli anni. Sparò con cura e vide l’animale crollare a terra istantaneamente. Un solo colpo preciso aveva cancellato la leggenda dell’invulnerabilità della belva. I proiettili avevano centrato il collo, attraversandolo fino a perforare la trachea, tranciare l’arteria e fracassare la spalla sinistra. La Bestia era morta, ma se aveva conservato una scintilla di vita gliela spensero i cani che, giunti in piena velocità, le si buttarono tutti addosso. Quando fu esaminata al castello di Besques, furono notate le cicatrici descritte dai tanti che l’avevano colpita e nello stomaco aveva ancora parte dell’omero dell’ultimo bambino divorato. Le campane iniziarono a suonare a festa e in breve a esse si unirono quelle delle chiese degli altri paesi, man mano che la notizia si diffondeva nel Gévaudan e in Auvergne. Il giorno dopo, 20 giugno, l’animale fu esaminato alla presenza del notaio Roch Étienne Marin, proveniente appositamente dalla sua sede di Langeac. Era indubbiamente un canide, un lupo o forse un ibrido. Era lungo 127,1 cm coda esclusa, pesava 53,4 kg, era alto al garrese 77 cm e i canini superiori misuravano 3,6 cm e 3,4 quelli inferiori. Proprio la lunghezza dei canini fa propendere alla tesi che fosse un lupo puro, perché i cani e così pure gli ibridi non li hanno di quelle dimensioni.. Dall’autopsia risultò che i muscoli masseteri e temporali, quelli che danno potenza al morso, in totale pesavano 3 kg (un Cane Corso dello stesso peso arriva in totale a circa 600 grammi). I piedi anteriori erano lunghi 16,2 cm per 12,2.

Il cadavere dell’animale fu fatto distruggere da Luigi XV, che non voleva ammettere di essersi sbagliato (ma anche il lupo ucciso da Antoine era la Bestia, o meglio, un’altra). A Chastel la gente di La Besseyre-Saint-Mary dedicò una stele, e la troverete lì anche oggi. Durante la caccia alla Bestia nel Gévaudan, tra il 10 maggio 1764 e il 21 aprile 1767, furono uccisi ben 346 lupi, considerando solo quelli abbattuti a fucilate e nelle trappole o le cui carcasse furono ritrovate. Ma non sappiamo quanti altri siano fuggiti mortalmente feriti, oppure agonizzanti per avere mangiato bocconi avvelenati, andando a morire in luoghi nascosti. Probabilmente molti.

Il monumento a ricordo di Jean Chastel.

Su questa storia vera è stato basato il film fantastico Il patto dei lupi.


* Questo servizio è un riassunto del libro di 489 pagine “La Bestia del Gévaudan”, di Giovanni Todaro, Lulu Com, ISBN 9781847538680.

http://www.lulu.com/shop/giovanni-todaro/la-bestia-del-g%C3%A9vaudan/paperback/product-18858976.html

* E’ disponibile anche in inglese

http://www.lulu.com/shop/giovanni-todaro/the-man-eater-of-g%C3%A9vaudan/paperback/product-21378974.html