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di Federico Torresan*

“Ils ne passeront pas” (Non passeranno), esclamò il generale francese Henry Philippe Pètain a pochi giorni dall’inizio dell’offensiva con cui l’Impero tedesco riversò in Francia le sue truppe con lo scopo di sconfiggerla rapidamente. Una dichiarazione che divenne subito uno slogan capace di esprimere la ferrea intenzione di difendere a ogni costo la posizione dal nemico. Così, in poco meno di un mese, fallisce l’illusione di una guerra lampo. Manovre rapide e travolgenti lasciano il posto a una logorante guerra di posizione su larga scala, a scontri durissimi metro per metro e a migliaia di chilometri di un fronte praticamente fermo. Le linee nemiche arrivano a distare l’una dall’altra mediamente dai 100 ai 250 metri, ma in alcuni casi si sfiorano perfino i soli 15 metri, e si sprecano milioni di vite per contendersi inutili e sottili strisce di terra.

Una trincea inglese.

Lo zigzag della trincea, le fortificazioni campali, i fossati scavati a difesa della fanteria, i reticolati diventarono così i simboli di una guerra in cui gli uomini, esposti ai bombardamenti quanto alle intemperie, attendevano un assalto che poteva costare in poche ore migliaia tra vittime e feriti. Un simil modo di combattere avvantaggiava di molto chi difendeva rispetto a chi attaccava. Barriere di filo spinato e cavalli di Frisia rallentavano lo slancio degli assalti, aumentando il tempo di esposizione degli attaccanti al fuoco di difesa. Parapetti di terra e sacchi di sabbia o corazze metalliche e bunker in cemento armato proteggevano i difensori, mentre in montagna la conquista di una quota rendeva possibile da parte di pochi uomini ben armati il controllo di un’area molto vasta di territorio sottostante. L’uso di un’arma relativamente nuova, la mitragliatrice, rendeva ancora più difficile l’assalto a una trincea. Un numero limitato di combattenti poteva esprimere una devastante potenza di fuoco, e dunque con un sola arma e un paio di mitraglieri era possibile uccidere diverse decine di soldati in pochi minuti, assicurandosi la copertura di un’area estesa. Questo spezzone del film Uomini contro (1970, diretto da Francesco Rosi) rende perfettamente, purtroppo, cosa significasse. https://www.youtube.com/watch?v=9mr2PyGxb-w

L’unica arma in grado di ridurre l’efficacia di queste difese era l’artiglieria e prima di ogni assalto un’incessante serie di bombardamenti martellava duramente le postazioni avversarie, con lo scopo di distruggere, uccidere, spaventare. Solo all’ultimo si giungeva al violento scontro corpo a corpo, a colpi di baionette, tirapugni, vanghe e mazze ferrate. Ancora una volta, l’idea la può rendere un film, il capolavoro La grande guerra (1959) di Mario Monicelli. https://www.youtube.com/watch?v=LNjnGZDirok

Una tattica di guerra di questo tipo esigeva l’individuazione preventiva di obiettivi sensibili da distruggere con le armi pesanti, o truppe al contrattacco da respingere. Richiedeva il coordinamento del fuoco di sbarramento che doveva coprire solo di pochi metri in avanti l’avanzata della fanteria amica, l’infiltrazione di truppe scelte per le ricognizioni o i sabotaggi, il raccordare le postazioni difensive che molto spesso rimanevano isolate e circondate dopo un’offensiva nemica. Pretendeva inoltre il via delle operazioni con una puntualità stabilita, e il prendere decisioni in tempi brevi. Proprio per questo una delle principali e più impegnative necessità era mantenere una comunicazione efficace tra le diverse unità. La tecnologia e le tradizioni militari al tempo della Grande Guerra mettevano a disposizione strumenti di trasmissione delle informazioni dalla natura diversissima. La radio, marchingegno giovane e ancora perfettibile mostrava evidenti limiti legati alle dimensioni della strumentazione e alla sensibilità alle interferenze elettriche. I cavi telefonici erano invece molto vulnerabili ai colpi di artiglieria, anzi ne rappresentavano solitamente il primo bersaglio. Sempre dal film La grande guerra. https://www.youtube.com/watch?v=bbFnyotehX8

Segnali luminosi tramite semafori, razzi e luci erano inservibili di giorno o invisibili tra il fumo delle esplosioni. I porta-ordini umani lenti e vulnerabili, bersagli troppo facili per i cecchini sul terreno scoperto, soprattutto perché impediti nel percorrere il suolo accidentato e sconvolto dagli scontri o fangoso. Il piccione viaggiatore rappresentò il mezzo di comunicazione per eccellenza, che tuttavia richiedeva la spedizione di almeno una decina di animali per ogni messaggio, stando al fatto che di notte, durante la battaglia e con la nebbia, la probabilità di far ritorno alla colombaia madre era fortemente ridotta. Il volatile richiedeva inoltre un tempo di adattamento a una nuova colombaia troppo lungo per potervi far ritorno con certezza e quindi il suo impiego risultava poco flessibile.

Soldati inglesi inviano un piccione viaggiatore.

Strumenti diversi, ognuno con i suoi limiti e dunque, quando le condizioni si facevano più critiche, il cane diventava l’unico mezzo efficace a garantire con buona probabilità il successo del suo scopo. Un cane infatti, opportunamente addestrato, è da sempre in grado di raggiungere per la via più breve un luogo che ha impresso nella mente, con rapidità, perfino al rischio della propria vita. E’ in grado di correre in un terreno accidentato, tra i crateri delle esplosioni, nel fango come nella neve, nuotando nei corsi d’acqua, saltando trincee e reticolati.

Meldehund (cane staffetta) tedesco recapita un messaggio.

Il cane rappresenta un bersaglio piccolo e mobile e dunque poco percepibile, può addirittura apprendere a spostarsi cercando il percorso che risulta più coperto al fuoco anche se non necessariamente più breve, senza patire paura anche nei momenti in cui più dura infuria la battaglia. Matura esperienza della propria attività, affinandone i risultati con la pratica. Il ritorno di un cane messaggero era dunque quasi certo, indipendentemente dalla distanza (fino a diversi chilometri), di giorno e di notte e a volte persino in caso di ferite gravi. Anzi, il numero di caduti tra le reclute canine si mostrò non così straordinariamente alto, considerando il fatto che esse venivano esposte nel momento più cruento della battaglia, dove il rischio di essere colpiti era maggiore.

Solo oggi la scienza ha scoperto che la capacità di orientamento del cane non sta esclusivamente nel suo infallibile e proverbiale fiuto o nel sofisticato udito. Il cane infatti percepirebbe anche i poli magnetici del globo terrestre, non come una bussola ma attraverso l’inclinazione delle linee del campo magnetico rispetto alla superficie terrestre (Christine Nießner – Leo Peichl, Max Planck Institute di Francoforte – Gesellschaft). Memorabili difatti sono nella storia i racconti di cani, perduti a migliaia di chilometri e in grado di far ritorno alla propria famiglia, quasi senza apparente difficoltà. Al pari degli uccelli e di molti primati, nei fotorecettori degli occhi dei cani sono presenti delle molecole sensibili alla luce, i criptocromi, coinvolti fra l’altro nella regolazione dei ritmi circadiani, sensibili alla risposta della luce in base al campo magnetico terrestre. Dunque grazie a questo questo l cane riesce a orientarsi e ritrovare un luogo conosciuto.

Sul finire dell’800 e gli inizi del ‘900, Germania, Paesi Bassi, Francia, Russia, Svezia avevano già iniziato più o meno ufficialmente la formazione di cani militari per l’esercito. In Germania in particolare già si utilizzava il cane per i servizi di polizia, e nel 1893 Jean Bungartz fondò a Lechernich la Deutschen Verein für Sanitätshunde, un’associazione che riuniva sotto un’unica direzione organizzativa una serie di istituti a carattere privato grazie ai quali appassionati cinofili si dedicavano al mantenimento e all’addestramento dei cani. In realtà queste attività celavano, sotto l’aspetto di organizzazioni civili, un apparato combattente. Allo scoppio della guerra l’esperienza del cane poliziotto e la struttura civile di addestramento del cane militare poté come previsto essere rapidamente convertita agli scopi bellici.

Jean Bungartz

Tanto più che in precedenza agenti tedeschi si erano per tempo preoccupati di acquistare in Gran Bretagna una quantità di esemplari di razze inglesi da utilità, principalmente Collie e Airedale Terrier e cani da pastore in genere, da fornire ai propri reggimenti e alla polizia. Un giorno non molto lontano quegli stessi cani sarebbero stati usati contro la stessa Gran Bretagna, che nulla stava facendo in tema di dotazione militare cinofila. A queste razze si aggiungevano le varietà da utilità autoctone che la Germania già possedeva: Pastore Tedesco, Dobermann, Boxer, Rottweiler, Schnauzer.

E allo scoppio della guerra, quando l’Impero tedesco poté quasi immediatamente impiegare almeno 6.000 unità cinofile, per lo più cani staffetta e cani per l’individuazione dei feriti, le altre nazioni si mostrarono colpevolmente in ritardo. La Francia poteva contare su poche decine di cani, per lo più adottati grazie all’iniziativa personale di alcuni ufficiali, ma mancava di una formazione stabile e ben organizzata, mentre in Gran Bretagna il leggendario colonnello Edwin H. Richardson fu l’unico in grado di offrire canili e strutture per l’addestramento o cani già pronti al servizio, ma che le autorità militari ottusamente rifiutavano. La Royal Army infatti non contava all’inizio del conflitto che di un solo Airedale Terrier usato come sentinella e ben presto perito sul settore dell’Aisne, mentre era totalmente sprovvista di cani staffetta. L’Italia, che già aveva maturato esperienze con i cani sentinella durante la Guerra Italo Turca del 1911-12, si dedicò quasi esclusivamente all’uso di cani da traino, specie in montagna, mentre l’urgenza e la mancanza di una razza autoctona adatta allo scopo confinarono il cane messaggero, e anche quello sanitario, al ruolo di mera sperimentazione.

Un’unità cinofila staffetta era normalmente composta da un istruttore con tre cani. Lo stesso istruttore trascorreva un periodo di apprendimento e di affiatamento con i cani presso la scuola dove questi venivano addestrati. I cani dopo una permanenza in un punto base per un tempo minimo di due ore fino a uno ideale di dieci ore erano in grado di fissare nella memoria il luogo in cui sarebbe rimasto il proprio conduttore e quindi di raggiungerlo una volta allontanati, anche su mezzi motorizzati. All’approssimarsi di un’urgenza, i cani venivano avvicinati alle prime linee, separandoli dai propri gestori e riparati in apposite buche, e in caso di necessità muniti di apposito collare al quale era legato un piccolo cilindro per contenere il messaggio. Il salto di ostacoli naturali, l’attraversamento di corsi d’acqua, terreni accidentati, strade trafficate da mezzi militari e villaggi con ogni sorta di possibile distrazione erano all’ordine del giorno.

Cane messaggero francese in azione

In una ventina di minuti il cane era in grado di percorrere autonomamente il percorso che a un uomo a piedi sarebbe costato almeno tre ore, e col buio molto di più. Il collare porta ordini – una cinghia di cuoio munito di un cilindretto in metallo che doveva contenere il foglietto con il messaggio – veniva infilato al collo del cane solo al momento del rilascio in modo che diventasse facile l’associazione nella mente dell’animale tra l’indossare quel collare e la necessità di ritrovare il proprio conduttore. Il cane non rimaneva nelle posizioni avanzate per più di dodici ore. A differenza delle altre scuole, la formazione tedesca prevedeva invece due gestori per ogni cane, uno dei quali era custode del cane fin sulla prima linea.

Proverbiale divenne la formazione dei cani messaggeri inglesi, oltre che quelli per la sanità e da sentinella, del celebre tenente colonnello Richardson. Fu nell’inverno del 1916, che gli giunse una lettera da un ufficiale della Royal Artillery nella quale si esprimeva il desiderio di avere cani addestrati per mantenere una comunicazione tra un avamposto e il proprio quartier generale quando i bombardamenti rendevano inutilizzabili i telefoni e le staffette umane. Il 31 dicembre 1916 lasciarono la Gran Bretagna per la Francia i cani Wolf e Prince, due Airedale Terrier addestrati alla consegna dei messaggi. La prima relazione che giunse dalla 56° Brigata della Royal Artillery impegnata sul fronte occidentale fu entusiasmante.

Il tenente colonnello Richardson intento all’addestramento di un Airedale Terrier.

Durante le operazioni a Wyrschaete, i due cani messaggero furono lasciati partire uno alle 10.45 e l’altro alle 12.45, non appena l’attacco ebbe inizio, superarono agevolmente lo sbarramento di fumo ed entrambi raggiunsero la destinazione, percorrendo 3.500 metri, su un terreno e in circostanze sconosciute. Il cane inviato alle 12.45 rientrò entro un’ora recapitando un importante messaggio, e fu il primo messaggio recapitato dal momento che ogni altro tentativo, ottico e telefonico, era miseramente fallito. Il risultato fu così incoraggiante ed efficace che le richieste crebbero da parte di tutto il fronte, finché le autorità governative non furono loro malgrado costrette a riconoscere e disciplinare ufficialmente l’impiego al fronte del cane militare. Presto i cani a disposizione nella scuola di Richardson si dimostrarono numericamente insufficienti e così si provvide a rifornirsi di cani randagi presso i canili di Battersea, di Birmingham, di Bristol, di Liverpool e di Manchester. Molti cani randagi che sarebbero stati altrimenti destinati a morire nelle camere a gas vennero arruolati nell’Esercito britannico.

Quando anche i canili divennero insufficienti a sostenere la richiesta, il ministero della Guerra ricorse a un espediente già adottato nelle altre nazioni, la leva canina volontaria. Molti cittadini misero a disposizione il proprio cane per aiutare la patria, oppure, stante le condizione precarie in cui versavano le famiglie, per garantire al proprio amico il cibo e la cura che solo l’esercito in quel momento era in grado di fornire. Le nuove reclute erano immediatamente testate al fine di individuarne il compito a cui meglio si adattavano. Subito si verificavano la predisposizione fisica e caratteriale a diventare cane messaggero o per la sanità, in caso contrario il soggetto era destinato a divenire una sentinella o prestarsi al lavoro di guardiano. Nel peggiore dei casi, dal momento che non tutti i cani erano adatti ad assumere un ruolo utile nell’esercito, quelli che si definivano “obiettori di coscienza” facevano triste ritorno al canile da quale erano venuti.

Tanto ai cani si richiedeva coraggio e forma fisica, tanto agli istruttori e ai conduttori veniva richiesta pazienza, dolcezza e capacità di comprensione degli animali. L’unico rapporto che si doveva istaurare era infatti di reciproco affetto e fiducia, dal momento che quando il cane si sarebbe trovato a operare solo e in completa autonomia a nulla sarebbero servite le coercizioni e la violenza. Puntualmente erano allontanati i gestori che si mostravano antipatici con i cani o che avendo avuto una precedente esperienza di allevamento o di addestramento si mostravano presuntuosi nell’istruzione. Anzi si riteneva molto più importante la predisposizione e il lavoro coscienzioso dei conduttori, perché da esso sarebbe dipeso il risultato nell’attività dei cani. Le razze reclutate comprendevano soprattutto il Collie, Airedale Terrier, Setter, Bloodhound, Bedlington e vari tipi come gli spaniel, i terrier irlandesi e gallesi, i levrieri (Whippet e Deerhound) e gli incroci tra gli stessi o con altri tipi come il Lurcher.

Lo Smooth Collie, a pelo corto, era molto valido come cane messaggero.

Si privilegiavano le razze che da secoli erano adattate al lavoro con l’uomo e si evitavano i retriever puri, poco adatti al tipo di lavoro, migliorandoli semmai incrociociandoli con cani mandriani. Anche i Fox Terrier venivano evitati, perché troppo distratti dal gioco. Gli incroci con il Barbone e i cani che tendenzialmente portavano la coda arrotolata sul dorso o su un lato sembravano, secondo le descrizioni dell’epoca, dimostrarsi poco inclini ai compiti che l’esercito richiedeva. L’età ideale era compresa tra uno e quattro anni e si limitava la scelta ai cani di sesso maschile. Il tempo medio di addestramento era di tre mesi, ma per alcuni era sufficiente poco più di un mese per essere considerati affidabili e spediti sui fronti europei. Il cane da pastore si dimostrava più predisposto, forse perché il tipo di lavoro del cane staffetta si avvicinava per attività, se non per distanze, a quello del cane inviato dal pastore in direzione delle pecore da recuperare.

Durante l’addestramento il cane doveva sempre lavorare con piacere, per cui un temperamento alto e gioioso erano qualità ideali. Veniva allenato nella resistenza, facendogli percorrere lunghe distanze, dal momento che nel caso gli fosse stato richiesto avrebbe dovuto percorrere alla massima velocità fino a tre-quattro miglia. Erano abituati ad attraversare strade trafficate, villaggi, boschi, campi di ogni natura, acqua, fumo e a saltare ogni tipo di ostacolo. Osservato che la competizione migliorava le prestazioni e la rapidità di apprendimento, il colonnello Richardson era solito sistemare un gruppo di cani a riposo sul tetto del canile, in modo che potessero osservare con bramosia il lavoro delle altre squadre che venivano nel frattempo allenate.

Per un fisico performante era curata in modo particolare la dieta, sempre di buona qualità, fatta di carne di cavallo, pane, verdure che anche al fronte, pur nelle ristrettezze che la guerra causava, veniva garantita, stante l’importanza che i cani avevano, così come il ricovero in casette di legno asciutte. Al fine di consentire l’assuefazione del fine udito dei cani ai rumori della battaglia, i canili sorgevano preferibilmente nelle vicinanze dei campi di addestramento dell’artiglieria e giornalmente i cani erano abituati ai colpi di fucile, di pistola e alle bombe a mano, al fuoco e al fumo. Questo specifico addestramento avveniva anche in altri eserciti.

Addestramento dei cani allo sparo, esercito francese

Contemporaneamente il cane veniva allenato a ritrovare e a raggiungere il proprio istruttore, aumentando progressivamente la distanza tra i due con un paio di sedute di allenamento giornaliere. Moltissimi saranno i rapporti provenienti dal fronte circa la mole di lavoro dei cani messaggeri che il colonnello Richardson citerà nelle sue memorie. Dal fronte francese, il conduttore Davis riferì: “Joe e Lizzard hanno fatto un ottimo lavoro sia di giorno che di notte. Il cane è buono nella notte come lo è di giorno, vale il suo peso in oro e la cagna è molto buona. Ho potuto farli venire da lontano tre miglia, di notte, in venti minuti, da qualunque posto siano lasciati. Il cane si è sempre fatto valere”.

Un altro, Nicolson affermò: “Ho provato i miei tre cani in trincea e li ho trovati tutti soddisfacenti. La prima volta che l’ho impiegato, Jim ha fatto un tempo record, ha fatto in 22 minuti il viaggio che a un uomo costerebbe un’ora e dieci camminando, attraverso reticolati e un gran numero di batterie. Ho notato che quando è arrivato vicino ad alcuni artiglieri che hanno provato ad attirare la sua attenzione, non ci ha fatto caso ed è venuto diretto a dove stavo alloggiato. Era un terreno molto difficile, gli altri due cani erano un po’ più lenti. Li abbiamo provati una seconda volta. Jim è stato inviato alla stazione di prova ieri pomeriggio, ha fatto il suo viaggio in 17 minuti, la strada che a un uomo costerebbe tre quarti d’ora, mentre il piccolo terrier irlandese ha percorso la stessa distanza in 14 minuti. L’altra notte abbiamo avuto un brutto attacco di gas e le maschere per i miei cani non erano disponibili, così sono dovuti stare senza, ma ciò non ha causato alcun danno. Ho avuto un po’ di problemi con Jim, con una ferita alla testa.”

“Esercito tedesco, WW1. Tutti con la maschera, il nemico è anche il gas”

Un rapporto su Tom, incrocio di spaniel impiegato nel settore di Ypres come collegamento tra la 9° Divisione e la Highland Light Infantry, riferisce di come, gasato e ferito alla spalla da schegge di shrapnel, il cane abbia continuato la corsa superando gli sbarramenti nemici fino a completare il suo lavoro. Abitualmente i resoconti riportano episodi di cani colpiti dai gas, di come ne siano diventati di conseguenza sensibili, tanto da riuscire successivamente a preannunciare un attacco chimico per tempo. Frequenti sono le richieste da parte degli istruttori al fronte di approvvigionamenti di maschere antigas anche per i cani, mentre spesso si tagliava loro il pelo tra le dite dei piedi affinché non raccogliessero il fango zuppo di sostanze tossiche che causavano infiammazioni e ustioni alla pelle.

Cane staffetta francese in una trincea sul fronte occidentale. Notare il cilindro porta messaggi legato al collo tramite collare (immagine stereoscopica, collezione privata dell’autore).

Il cane staffetta non rappresentava soltanto un mezzo di comunicazione, esso era prima di tutto un cane di collegamento, in grado cioè di raggiungere celermente due punti lontani. Poteva di conseguenza essere impiegato con scopi analoghi a quelli della consegna dei messaggi. Per esempio, poteva anche, munito di apposite ceste laterali, trasportare piccioni viaggiatori da consegnare a postazioni isolate, come fece il leggendario Satan durante l’assedio tedesco a Verdun. Il cane riuscì a raggiungere una posizione strategica francese rimasta isolata e circondata. Fu capace di arrivare a destinazione pur con una zampa spezzata da un colpo nemico e consegnò i due piccioni che portava nelle ceste affibbiate al corpo. Ceste che i soldati impressionati scambiarono per le ali di un animale fantastico, capace di volare sopra i colpi nemici. I piccioni furono rilasciati, comunicando la posizione delle batterie nemiche che vennero al più presto neutralizzate.

Un cane trasporta una cesta con piccioni.

Questo fu forse il più celebre, ma comunque solo uno dei tantissimi casi in cui un cane staffetta riportò al proprio quartier generale dispacci importanti, se non essenziali per la vita di migliaia di soldati. I cani erano poi usati per distendere i cavi telefonici in tratti scoperti e pericolosi, munendoli sulla schiena di un sistema per srotolare le bobine di filo. Erano di utilità anche nella consegna, con apposite sacche, di posta, munizioni, sigarette e viveri. Quando poi il cane staffetta era libero dalle sue responsabilità prioritarie, non era raro vederlo dare la caccia ai topi che in migliaia infestavano le trincee, correndo tra le gambe dei soldati.


Federico Torresan si interessa di ricerche storiche e recupera reperti della Grande Guerra con regolare autorizzazione. Preparatore in veste di figurante di cani per prove di lavoro da utilità e difesa da un ventennio. Vicepresidente della SIPaLL (Società Italiana Pastore della Lessinia e del Lagorai), che sta recuperando questi cani conduttori del gregge. Ha pubblicato diversi testi, e di prossima pubblicazione è “I cani soldato, eroi dimenticati della Grande Guerra” con Antonio Crepaldi Editore.