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Sapevate che nel passato i cani servivano anche per i quotidiani bisogni delle famiglie? Per gli indumenti, la cucina e altro?

Il Klallam Indian Dog, anche detto Little woolly Dog, (ovviamente chiamato così dai colonizzatori americani e non dagli indigeni), fu selezionato appunto dai Klallam, tribù di indiani parlanti una lingua salish (della famiglia linguistica Algonchina-Wakash) e viventi in parecchi villaggi nel meridione dell’isola di Vancouver (Canada) e a Puget Sound, stato di Washington (Stati Uniti). Grandissimi costruttori di barche scavate nei tronchi d’albero e abili pescatori – incluse le balene – selezionavano dei piccoli cani quasi sempre bianchi e caratterizzati da uno splendido pelo e che venivano tosati regolarmente. A dire il vero, non erano solo questi nativi americani a tosare i loro cani per farne coperte e abbigliamento – c’era infatti questa consuetudine anche in Messico, sulle Ande peruviane e in alcune zone degli Stati Uniti – ma a quanto pare i cani dei klallam (e diremmo delle vicine tribù salish, nootka, makah e chimakum, con cui tenevano stretti contatti anche matrimoniali e commerci includenti anche lo scambio di cani da pelo, simili se non del tutto identici a quelli dei klallam) davano il prodotto migliore. I tappeti, coperte e vestiti fatti con la lana di questi cani erano molto ricercati, tanto che durante i potlach rappresentavano doni di grande valore.

All’interno di una “casa lunga” una donna klallam sta tessendo una coperta di pelo di cane (quadro di Paul Kane, 1848, Royal Ontario Museum)

I potlach erano delle strane feste tipiche della costa settentrionale del Pacifico date solitamente da una singola e benestante famiglia che, per dimostrare quanto fosse ricca, regalava quasi tutto ciò che aveva, ammazzando anche pubblicamente i propri schiavi a mazzate. In pratica, si cadeva nella miseria e pertanto al successivo potlach offerto da altri si cercava di arraffare quanto si poteva. Visto che fra queste tribù era importante mostrare la propria ricchezza, all’arrivo di un ospite il capo della “casa lunga” (appunto grandi case in legno, lunghe decine di metri e capaci di ospitare parecchie famiglie fra loro imparentate) faceva subito distendere sul tetto centinaia di coperte di cane. Otto di queste coperte valevano quanto uno schiavo. Ne esistevano anche di altro tipo, fatte o mischiate con pelo di capra di montagna e fibre di canapa, euforbia, lanugine di pioppo e cedro, ortica e persino piume, ma non erano assolutamente paragonabili alle coperte di pelo di cane, realizzate artisticamente dalle sole donne con una lavorazione complessa. Ce n’erano anche di colorate con tinture vegetali o minerali.

Questi piccoli cani – alti al garrese poco meno di 45 cm – erano allevati quasi in gregge, visto che ogni famiglia ne aveva 15-20, alimentandoli soprattutto con salmone crudo o cotto miscelato con fegato e sego di grasso di alce al fine di rendere lucente il lungo pelo bianco. Li si teneva su isole per evitare incroci con altri tipi di cani, e se ciò non era possibile venivano tenuti permanentemente in recinti o grotte sbarrate. I cani venivano tosati in maggio o giugno e si dice che le coperte così filate e tessute fossero tanto fitte da poterne prendere una piccola parte fra due dita e tirarle, senza che si staccasse il minimo ciuffo. Addirittura erano tanto impermeabili che ci si poteva bollire l’acqua, ma sarà bene chiarire che, prima dell’arrivo dell’uomo bianco, i pellirosse non conoscevano le pentole e quindi per fare bollire appendevano a quattro paletti delle sacche di pelle piene d’acqua e ci lasciavano cadere dentro alcune pietre arroventate. Cinque o sei bastavano per portare a ebollizione alcuni litri d’acqua. Ovviamente le pietre venivano poi tolte dal brodo…. Pertanto le coperte di cane non entravano certo in contatto col fuoco, perché potevano essere impermeabili ma certo non ignifughe.

Con l’arrivo del progresso, e quindi la diffusione dell’uomo bianco e della sua cultura, cominciò il declino dei Clallam Indian Dog. Nel 1850 iniziò il commercio delle pellicce e l’Hudson Bay Company cominciò a rifornire i pellirosse di coperte di lana di pecora, molto a buon mercato. E pochi anni dopo mise a disposizione direttamente le pecore. Naturalmente i colonizzatori, seppur involontariamente, portarono con loro malattie sconosciute per gli indiani, che non avevano difese immunitarie. A ondate, il vaiolo, l’influenza e altre malattie fecero strage degli indigeni. La stessa cultura dei sopravvissuti fu stravolta, e pure i potlach furono vietati. E’ ovvio che questi particolari cani divenissero sempre più inutili e quindi calarono repentinamente di numero. Del resto, a differenza di altri, erano del tutto dipendenti dall’uomo e per nulla capaci di sopravvivere senza l’uomo.

Quando il loro numero crollò, aumentò l’incidenza delle malattie, causate soprattutto da un parassita presente nelle lumache viventi lungo la maggior parte delle coste e dei fiumi che in quell’area si gettavano nell’Oceano Pacifico. Questo parassita colpiva in particolare le lontre e i topi muschiati, ma anche i salmoni e proprio questi venivano frequentemente dati crudi come cibo ai cani. Se i salmoni erano infetti, il tasso di mortalità fra i cani poteva arrivare anche al 90%. Alcuni sopravvivevano e diventavano immuni, ma si capirà che il Clallam Indian Dog poteva perpetuarsi solo grazie al grande numero di esemplari allevati. Non solo, il calo delle cure verso questi cani, che non venivano più selezionati e tosati adeguatamente, unito probabilmente all’emergere di uno o più geni recessivi, causò il difetto della crescita eccessiva del sottopelo rispetto ai cosiddetti peli di guardia (quelli superficiali), con il risultato che i cani si ricoprivano di neve che in quel clima induriva in brevissimo tempo. La mancanza di questo isolamento della pelliccia dal ghiaccio è un difetto letale a quelle latitudini, visto che che anche scrollandosi il ghiaccio non si stacca, come invece avviene con i peli superficiali. Risultato di tutti questi fattori fu che il Clallam Indian Dog venne ritenuto estinto come razza già nel 1858, anche se pare che l’ultimo esemplare sia morto nel 1940.

Famiglia Klallam, 1910, Chimacum Creek, Stato di Washington. Come si può notare il cane è già diverso. 

Il Newfoundland, cane da lavoro dell’isola di Terranova e del Labrador oggi parecchio diverso da quello originale e molto usato per i salvataggi in acqua, aveva anche un altro utilizzo. Leggete bene le ultime parole di questa testimonianza del marinaio Aaron Thomas nel suo libro The Newfoundland Journal relativamente al periodo 1794-95. Difatti scrisse: “Vivono principalmente di pesce e non è cosa rara vedere uno di questi cani prendere un pesce. Stanno su una roccia, mettendosi in agguato come farebbe un gatto col topo e nell’istante in cui appare un pesce si tuffano in acqua e raramente ne escono senza la loro preda. Si aggirano a branchi e in inverno cacciano e uccidono volpi, castori, foche, leoni marini e altro. Formano branchi così numerosi e agguerriti da non temere rivali, tanto che pure i lupi li evitano. Alcuni cani di Terranova, dopo che in inverno hanno lavorato nei boschi a tirare pesi, vengono uccisi e mangiati dalla gente e non sono male, specialmente i prosciutti salati e affumicati con erbe odorose”.

Newfoundland, 1890.

Il capitano Meriwether Lewis, insieme a William Clark, cercò il “passaggio a nord ovest” attraversando gli Stati Uniti in larghezza da una costa all’altra, esplorando dal 1804 al 1806 territori sconosciuti (tranne che ai pellirosse, che ci vivevano felici fino all’arrivo dei bianchi). Un viaggio di migliaia di chilometri, che vide la partecipazione di Seaman, il Newfoundland acquistato per 20 dollari (molto!) da Lewis prima della partenza. Lewis l’11 settembre 1803 scrisse nel suo diario: “Ho fatto prendere ogni giorno al mio cane il maggior numero possibile di scoiattoli (mentre questi animali nuotando attraversavano i fiumi per spostarsi N.d.A.). Sono grassi e un cibo fritto piacevole (…). Il mio cane è di razza Newfoundland, molto attivo, forte e docile”. Seaman era quindi un cane agile e veloce, nonostante la mole. Certo, in quelle zone correva dei pericoli ma il rischio maggiore di sicuro era il finire cucinato dagli uomini della spedizione, alcune decine, che difatti mangiarono ben 263 cani. Glieli vendettero gli stessi indiani, visto che tutte le 72 tribù incontrate durante la spedizione li mangiavano regolarmente. Anzi, consigliarono ai bianchi di farlo.

In effetti gli uomini di Clark e Lewis avevano scorte alimentari ma consumavano molta cacciagione, come antilopi, cervi e alci, che tuttavia non li soddisfacevano, non assicuravano una dieta appropriata per quella vita. Fu solo quando cominciarono a mangiare cani che scoprirono quanto fossero nutrienti e preziosi in termini di proteine e grassi. Nel diario di Lewis e Clark’s si legge: “Quando gli uomini hanno mangiato carne di cane sono diventati più sani e forti (…). Il gusto della carne dei cani degli indiani è altrettanto buono della lingua di bisonte o della coda di castoro. I numerosi uomini della spedizione mangiavano 300 libbre di carne al giorno, fornita da cervi, antilopi, cervi wapiti e altra selvaggina, ma non erano soddisfatti e avevano ancora fame. Bisonte, castoro, orso e cane sono stati i migliori per saziare gli uomini “.

Seaman era tenuto molto in considerazione anche dal gruppo, al punto che quando nel 1806 degli indiani lo rubarono, non si sa come, tutti si presentarono armati al villaggio, minacciando di sparare se non gli fosse stato riconsegnato subito, cosa che avvenne. Del resto i pellirosse furono sempre colpiti da Seaman in quanto non avevano mai visto un simile cane e più volte avevano cercato vanamente di acquistarlo da Lewis. Il padrone e il cane erano legatissimi e stettero sempre insieme fino al 1809, quando Lewis si suicidò. Seaman, semplicemente, cessò di mangiare e morì di crepacuore. Il suo compagno di avventura nonché amico fraterno William Clark – difatti chiamò il suo primo figlio Meriwether Lewis Clark – nel 1812 donò parecchi oggetti della spedizione al museo di Alexandria, in Virginia, e fra questi c’era il collare di Seaman, con inciso “Il più grande viaggiatore della mia specie. Il mio nome è Seaman, il cane del capitano Meriwether Lewis, che ho accompagnato all’oceano Pacifico attraverso l’interno del continente del Nord America”. Il museo, reperti e collare incluso, fu distrutto da un incendio nel 1871. Monumenti raffiguranti Lewis, Clark e Seaman – insieme, come allora – esistono in una ventina di città statunitensi.

Statua di Soux City (Iowa) raffigurante i due esploratori e Seaman.

I cani venivano sfruttati anche per riscaldarsi, come nel caso del Perro Sin Pelo Peruano anche detto Peruvian Hairless Dog poiché hanno una temperatura corporea più alta degli altri, e anche tre gradi più dell’uomo – tanto che li si usava come scaldini per il letto o stringendoseli addosso per tentare di curarsi in qualche modo dal mal di stomaco (come si faceva un tempo da noi con la borsa dell’acqua calda), reumatismi o dall’asma. Il Peruvian Hairless Dog è simile al messicano Xoloitzcuintli sia come utilizzo sia come dimensioni. Anche in questa razza, riconosciuta ufficialmente a livello internazionale, nascono esemplari con o senza pelo. Viene anche chiamato Inca Hairless Dog, seppure con gli inca c’entri poco in quanto la razza esiste almeno dall’VIII secolo – e quindi circa 500 anni prima della civiltà inca – e per di più solo in determinate aree di quell’impero. In pratica, questi cani, quantomeno quelli nudi (chiamati dagli inca allqu ossia cane, e oggi in Perù conosciuti anche come kaclla, perro chimu, chimoc o chimo), potevano sopravvivere solo nelle aree calde soprattutto costiere e certo non sugli altipiani andini, dove prima o poi sarebbero immancabilmente morti di freddo. Pare che questi cani durante il giorno venissero tenuti dentro le case, anche perchè la loro pelle glabra, specie se chiara, è molto sensibile ai cocenti raggi solari, e questo è il motivo del loro altro nome, ossia Peruvian Inca Orchid, in quanto gli inca avevano l’uso di tenere fiori freschi nelle abitazioni. Gli spagnoli, vedendo questi cani fra i fiori, soprattutto orchidee, li chiamarono quindi così.

Perro Sin Pelo Peruano

Anche in Asia i cani avevano concreti utilizzi, incluso quello da carne e da pelo per gli indumenti e ciò vale sia per il Chow Chow (il nome originario è Chao e si pronuncia Ciao) sia per lo Sharpei, che discende dal primo. Fra l’altro esistevano sia Chao a pelo corto sia Sharpei a pelo lungo. Scordatevi che queste odierne razze un tempo fossero come oggi, perché quelli attuali sono solo il frutto dello show e del relativo business. Davanti a quelli del passato, anche solo di un secolo fa, a livello funzionale sono uno scherzo. Uno scherzo pessimo.

Il Chao secondo alcuni studiosi esiste da millenni e con ogni probabilità è legato ai cani tibetani e ad altre razze asiatiche da pastore, fu poi incrociato con i cani di medie dimensioni siberiani e mongoli dando vita alle varianti nordiche e meridionali, nonché a un tipo detto della Mongolia e a un altro detto della Manciuria, di diversa grandezza, peso e colore. La varietà Quan Tang veniva sovente impiegata come animale da tiro, per immobilizzare i bovini, proteggere la proprietà, cacciare e anche nei combattimenti fra cani. Non solo, con il morbido pelo si confezionavano caldi e ricercati capi d’abbigliamento. Anche la carne era molto apprezzata. Con la fine della dinastia Tang coincise un periodo di gravi crisi e carestie e i Chao – tranne quelli allevati dalla nobiltà e nei monasteri – ne fecero le spese. Non solo, si prese ad allevarli per il prezioso pelo e per la carne, ritenuta all’altezza di quella del montone, tanto che nelle province di Kwantung e Si Kwan ci si specializzò nel loro allevamento. A Canton venivano nutriti con una speciale dieta di riso per migliorarne il sapore, e in Manciuria quando una contadina si sposava riceveva in dote sei Chao per iniziare il suo piccolo allevamento da pelo e carne. Gli esemplari neri si credeva fossero particolarmente nutrienti, mentre le lingue erano considerate prelibatezze con proprietà curative. Quelli per i ricchi venivano macellati all’età di nove mesi, mentre le classi più povere mangiavano i cani adulti.

C’era una volta il Chao…