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L’altro cane siciliano da protezione del gregge è il Cane di Mannara, che secondo alcuni discenderebbe da un antenato presente in Sicilia sin dall’Età del Bronzo, come dimostrerebbe il ritrovamento di reperti ossei in siti archeologici a chiara economia agricolo pastorale. Ovviamente tali ritrovamenti invece non dimostrano affatto quanto sopra, e nella fattispecie che quel cane fosse lo stesso di oggi o di qualche secolo fa, cosa che nessuno potrà mai dimostrare. Questi cani siciliani, sempre secondo alcuni, sarebbero stati introdotti dai Fenici nel I° millennio a.C. nel corso dei loro frequenti commerci lungo le rotte del Mediterraneo ma questa storia dei Fenici propagatori di cani ovunque andassero francamente è fin troppo abusata e non abbiamo alcun riscontro storico.

Non c’è nessun riferimento storico che indichi l’uso comune dei Fenici – e dei Cartaginesi, che erano dello stesso popolo – di trasportare cani e neppure bestiame, inteso come spedizione organizzata di mandrie. Le navi fenice hippos (dal greco antico) e le più piccole gaulos (che significa nave in fenicio), di norma naviganti durante il giorno lungo le coste e ancorate la notte, trasportavano beni ben più preziosi di bestiame e cani, che essendo vivi erano di complessa gestione. In pratica, i loro commerci riguardavano soprattutto metalli preziosi (oro, argento, stagno, rame, piombo e ferro), lana, ambra, porpora, vetro, avorio, tessuti e pelli anche di animali esotici, spezie, incenso, perle, vino, olio, garum e tanto altro, tutte merci che valevano tanto ma prendevano poco spazio essendo facilmente stivabili. Ma gli animali sono tutt’altra cosa. Si trasportavano a volte cavalli di grande valore e muli, ma pecore e capre erano presenti ovunque nell’antichità, che senso avrebbe avuto proporli a chi ne aveva già in quantità? Una pecora all’epoca costava 10-12 dracme e su una nave (mossa, se non c’era vento per la vela, da una ventina di rematori, che prendevano parecchio spazio) potevano starcene una cinquantina al massimo, pari in totale al valore di 500-600 dracme. Un solo cavallo, di cui c’era sempre gran richiesta, invece costava da 3 a 13 “mine” (una mina valeva 100 dracme, ossia 436 grammi di argento), e cioè 300-1300 dracme. Cosa avreste trasportato voi, pecore oppure cani, che costavano anche meno.

Modellino di una nave da trasporto fenicia

.Pertanto tenderemmo a ridimensionare, e non di molto ma di moltissimo, la propagazione dei cani (ripetiamo, insieme al gregge) grazie ai Fenici. Per esportare masse di bestiame in numero sufficiente per far sì che si possa creare un buon nucleo nei territori scelti, occorre una pianificazione e un intervento di grande complessità e vastità, perché pochi capi, in un contesto brado senza la diretta selezione del pastore, finirebbero incrociati con le razze locali e perderebbero le loro particolari peculiarità. Per creare invece un nucleo che si mantenga bisogna esportarne molti. Per capire, quando i romani invasero la Britannia notarono che pure le popolazioni locali allevavano pecore, ma non erano bianche. La lana bianca era superiore in quanto la si poteva tingere. I romani allora importarono – con la loro eccezionale efficienza, scrupolosità e organizzazione – interi greggi di pecore bianche, mantenendone anche la purezza.

Cane di Mannara.

Lo stesso vale per i relativi cani da pastore, che accompagnavano i greggi. Non dobbiamo dimenticare che oltre ai Fenici in Sicilia c’erano i Greci, ma ancor prima c’erano le popolazioni locali e che queste avevano ovviamente cani (il primo animale addomesticato dall’uomo), da loro utilizzati per la protezione del bestiame fin dal V millennio a.C. Insomma, pensare che prima di Fenici e Greci non ci fossero cani da pastore in Sicilia sarebbe un’eresia. Questi cani, che in buona parte dovettero incrociarsi con i cani greci importati nei secoli sull’isola insieme con il bestiame, erano detti molossi, non perché fossero molossoidi ma perché allevati e utilizzati dalla tribù greca dei Molossi, in Epiro. In Sicilia, così come in Campania, Calabria, Puglia e Basilicata, c’erano molte colonie facenti parte della Magna Grecia e pertanto dobbiamo pensare che lì arrivarono pure i cani da pastore greci come l’antico Hellenikos Poimenikos (ancora oggi esistente) che non per nulla è similissimo al Cane di Mannara e al Cane Pastore della Sila, anche per quanto riguarda i diversi colori del pelo.

Grecia, esemplari di Hellenikos Poimenikos dal pelo corto.

Per inciso, anche lo Spino degli Iblei descritto prima potrebbe avere provenienza greca. Di sicuro esistevano cani simili poiché lo scrittore Oppiano di Apamea nel suo Cynegetica scritto all’inizio del III d.C. a proposito dei cani da pastore greci scrisse: “…hanno le ciglia che ombrano gli occhi e corpo potente dalle spalle larghe dal pelo spesso e che danno all’animale un terribile aspetto… sono ottimi guardiani del gregge”. Noterete che questa descrizione è praticamente la stessa di quella già riportata, ma che è bene ripetere, del naturalista siciliano Andrea Cirino nel 1653: “Cani impetuosi…le lunghe ciglia abbassate difendono gli occhi… L’intero mantello è ruvido, il corpo forte, le spalle larghe…”. Tornando al Cane di Mannara, per capire quanto possa essere simile all’ Hellenikos Poimenikos si osservino queste due foto.

Cane di Mannara (Monreale)

 

Grecia, Hellenikos Poimenikos.

Il Cane di Mannara potrebbe avere fra i suoi antenati anche cani introdotti da altri popoli che dominarono nei millenni la Sicilia. Fra questi in particolare si cita il marocchino Aidi o Cane dell’Atlas, in realtà un tempo diffuso in tutto il Nord Africa. Visto che gli arabi dominarono la Sicilia per lungo tempo, apportandovi anche scienza e cultura di alto livello (intendiamo in quell’epoca), è possibilissimo che vi abbiano introdotto anche dei cani, sebbene questi animali – eccetto i levrieri – non siano da questi popoli tenuti in grande stima. Tuttavia sarà bene ricordare che gli antichi romani organizzarono dettagliatamente l’allevamento di capre e pecore in Nord Africa e che vi introdussero pure i propri cani da gregge anche perché all’epoca il clima era più umido e fresco.

La catena dell’Atlante si estende per circa 2.500 km tra Marocco, Algeria e Tunisia, con cime alte anche più di 4000 metri e d’inverno o di notte fa freddo. Vi si praticava pure la transumanza, tanto che l’imperatore Vespasiano fece mettere dei cippi su tutto il tracciato affinché nessuno occupasse quella parte dello sconfinato territorio che attraversava per tutta la lunghezza il Nord Africa e che era basilare per gli spostamenti degli armenti. In pratica, il nostro cane Abruzzese non trovava, in quelle aree montane, condizioni meteorologiche proibitive. Il Cane dell’Atlas potrebbe quindi avere nelle vene una parte di sangue dei nostri cani da pastore e in effetti non pochi di questi cani nordafricani somigliano non poco agli Abruzzesi, tranne le dimensioni più ridotte (circa la metà quanto a peso) dettate nel tempo da diversi fattori, non ultimo quello che il lupo nordafricano – che nonostante quel che molti pensano vive ancora in Nord Africa, dalla Tunisia all’Egitto – è di ridotte dimensioni, circa 20-25 kg. Insomma, tutto questo contribuisce a ribadire che la storia del cane a livello mondiale è varia e complessa, fatta da incroci e reincroci e che praticamente nessuna attuale razza è pura in senso assoluto.

Il Cane di Mannara prende il nome dalla parola araba “manzrah”, che indica un recinto a secco di pietre (ossia semplicemente poste una sull’altra a formare un muro, senza malta) ove rinchiudere la notte capre e pecore. Di siffatti antichi recinti tuttavia è pieno il mondo, essendocene dalla Scozia all’Asia. Questo recinto, essendo di norma alto meno di un metro e mezzo, ha solo una funzione contenitiva e non difensiva in quanto il lupo o altri predatori superano senza alcun problemi tali muretti. Nel caso di presenza di predatori il muretto veniva però alzato anche fino a quattro metri oppure sormontato da fitti rami spinosi e con una fila di grosse e lunghe pietre sulla sommità e sporgenti verso l’esterno, dette appunto “paralupi”. Dentro, fra le pecore, venivano posti i cani, che erano gli stessi che le proteggevano al pascolo durante il giorno. In pratica, la stessa esistenza del Cane di Mannara è indissolubilmente legata al bestiame, e in particolare pecore e capre.

Mannara con pietre paralupi (foto di Giovanni Bellina).

Il Cane di Mannara è un cane di mole medio-grande, visto che l’altezza minima al garrese dei maschi è di 65 cm e di 59 per le femmine. In pratica ha approssimativamente la stessa taglia dell’estinto lupo siculo, sebbene un poco più pesante. Sarà però bene dimenticarsi certe esagerazioni circolanti su esemplari di Cane di Mannara del passato di oltre 70 kg di peso e altezza al garrese di addirittura un metro. Per capirci, una tigre ha appunto un’altezza di tal tipo… Stranamente, non siamo riusciti a trovare molti documenti o testimonianze scritte sull’interazione fra cani da pastori e lupi in Sicilia, tranne una citazione del biologo Constantine Samuel Rafinesque-Schmaltz che nel suo diario relativamente ai primi anni del XIX secolo nella zona dell’Etna scrisse che “la notte i lupi e le volpi ululavano attorno a noi, e rapirono molte pecore e capre, malgrado vi fossero i cani”. Non andava però sempre così. Difatti il naturalista Francesco Minà Palumbo nel 1889 riportò che nella zona di Castelvetrano, nel Trapanese, due lupi furono ritrovati morti e che la causa si riteneva dovuta “all’essere stati feriti dai robusti cani che stanno a guardia di un ovile distante pochi metri da quella specie di spelonca… ebbi agio di sentir che, poche notti prima della mia visita in quel sito, avevano visto i loro cani mettere in fuga i due lupi”. Evidentemente i cani, non sappiamo quanti, avevano ferito in modo così grave i lupi da causarne successivamente e comunque la morte.

Cane di Mannara (Associazione Samannara).

Grazie alla cortesia e disponibilità del Museo di Zoologia dell’Università di Palermo abbiamo la fotografia di una femmina adulta di lupo siculo e di un cucciolo tassidermizzati (non in modo molto accurato, come accadeva all’epoca) nonché dello scheletro di un cucciolone. Non solo, a fianco c’è anche lo scheletro di una volpe e grazie al relativo paragone possiamo dire che il lupo siculo non era piccolo come si crede ma in linea con quelli continentali. Si consideri che nel lupo le femmine sono genericamente più piccole dei maschi e che quella della foto ha le dimensioni di un cane Golden Retriever.

Lupi siculi (Museo di Zoologia dell’Università di Palermo)

Il prof. Nicola Chicoli, in un’opera sull’allevamento del bestiame, nel 1870 specificò: “La notte i pastori riuniscono le pecore in un punto della pastura, circondato di rete di corda sostenuta da pioli, per impedire l’aggressione dei lupi. Il gregge deve essere custodito, e difeso dall’aggressione degli animali carnivori, segnatamente dai lupi. Il pastore, colla sua attenta vigilanza, minora siffatti inconvenienti, però la difesa è affidata essenzialmente ai cani. Questi sono lanosi, di alta taglia, intelligenti, e proprii per la custodia e difesa del gregge. Appartengono ad una razza di antichissima data che porta il nome di razza da pastore…”. Sappiamo però che il re Ferdinando III di Sicilia – il quale dopo aver acquistato i feudi Cappelliere, Lupo e Ficuzza vi fece costruire una palazzina di caccia nel 1799, denominata Real Casina di Caccia (citata prima) – vi andava appena poteva e in particolare a maggio durante la festa in onore di S. Isidoro Agricola e che in quell’occasione dopo la messa si vestiva in borghese e, con il suo seguito, si recava a vedere prima il bestiame e poi i cani dei fattori, ossia da caccia, mastini, corsi, levrieri e da pastore. Difatti era appassionato di caccia. Chiedeva anche alla gente la situazione generale e particolari problemi da affrontare e possibilmente risolvere. Detto “Re Nasone”, trattava nello stesso modo nobili e popolani ed era molto amato.

Il Cane di Mannara è di aspetto rustico e dal pelo semilungo folto e compatto sempre riccio o ondulato, fortemente costruito ma atletico, col tronco nel rettangolo ma non basso sugli arti. Dev’essere armonioso e con grande facilità di movimento. Ovvia la resistenza alle escursioni termiche, alla sete, fame, zecche e altro, visto che lì l’ha selezionato l’ambiente. Fra queste minacce non bisogna dimenticare le zanzare, che prosperavano e prosperano nei bacini artificiali creati per abbeverare il bestiame in zone aride.

La zona montana di Monreale.

Le zanzare, che proprio in acqua si riproducono, possono trasmettere ai cani la pericolosa filariosi (di cui il tipo filariosa cutanea può essere contratta pure dall’uomo) e la stessa cosa fanno i pappataci con l’altrettanto grave leishmaniosi (che colpisce pure l’uomo). Ovvio che quando il gregge andava all’abbeverata subiva l’assalto di questi insetti e se il cane era resistente campava o se era destino moriva. Di medicine manco a parlarne. Del resto gli stessi problemi li avevano i pastori con la terribile malaria, trasmessa da alcune specie di zanzare, che faceva strage. Alla fine dell’Ottocento in Italia si contavano circa 15.000 morti l’anno per malaria, soprattutto nel Sud e nelle isole. Le conseguenze delle febbri erano devastanti. La classe povera era colpita con maggiore veemenza dal male, ma spesso per ignoranza e diffidenza rifiutava le medicine preferendo piuttosto morire piuttosto che sottoporsi al cetrato chinico e ai preparati di china. Ancora nel 1906, Ignazio Di Giovanni, un medico della Croce Rossa Italiana annotava che la incredulità e l’avversione al chinino erano “l’effetto di scorrette insinuazioni di interessati che speculavano sull’ignoranza e la miseria dei lavoratori”. La malaria in Italia venne eradicata intorno agli anni Cinquanta, grazie anche alle sovvenzioni benefiche della Rockefeller Foundation.

Pastore, Sicilia.

Si dice che un tempo il Cane di Mannara avesse pessima indole con gli estranei, tuttavia riteniamo fosse e sia tuttora solo un buon cane da lavoro, docile nei confronti delle persone familiari e diffidente con gli altri, e probabilmente pure mordace in certe situazioni, come di notte durante la guardia alla proprietà e specie se in gruppo. In effetti ancora oggi in Sicilia le persone rudi e poco diplomatiche vengono definite dal carattere del Mannara. Purtroppo l’estinzione del lupo rese inutile il mantenimento delle doti fisiche e caratteriali di questi cani e si arrivò a un pesante meticciamento che diede vita a esemplari ben diversi, anche se indubbiamente utili nella nuova realtà pastorale. https://www.youtube.com/watch?v=JaY6WxnQga8

In Sicilia gli appassionati di questi cani sono convinti che gli incroci con il Pastore Abruzzese – introdotti e utilizzati per la protezione del bestiame e pure delle case – abbiano non solo, ovviamente, inquinata la razza (che era quasi scomparsa) ma pure causato una diffusa perdita dell’originario carattere aggressivo del Mannara. Cosa che francamente stupisce poiché di certo l’Abruzzese è cane ostico e per nulla da sottovalutare. Grazie al lavoro svolto dall’associazione Samannara è stato attivato per la razza il Registro Supplementare Aperto e pertanto si avvicina il riconoscimento ufficiale da parte dell’Enci.

 

Cane di Mannara (Allevamento Delle Scale – Monreale)