– servizio unico, in esclusiva mondiale –

di Federico Torresan*

Un pastore cimbro con il suo gregge e un cane da conduzione in cui si riconosce chiaramente la picchiettatura cromatica caratteristica del mantello merle (Museo della pecora di Foza, Foza-Vicenza).

Nelle Alpi e Prealpi venete, a cavallo delle province di Verona, Trento e Vicenza, in un’area identificabile con l’altopiano della Lessinia, gli altopiani vicentini e il massiccio montuoso del Lagorai, sopravvivono quasi indenni da contaminazioni esterne tipi genetici che appaiono ancora molto simili alle razze primitive. Si tratta ad esempio della mucca Burlina, della pecora vicentina di Foza, quella veronese di Brogna o della Brentegana. Un’area di pascoli alpini che si sovrappone e spesso coincide con quelle in cui è ancora forte la presenza della lingua cimbra o delle corrispondenti tradizioni. Per similitudine è lecito ipotizzare che questo stesso destino abbia riguardato un tipico cane da pastore, tuttora presente in gran numero nella medesima zona, facilmente identificabile per i tratti somatici e le colorazioni caratteristiche.

Uno scorcio del Lagorai. Malga Ziolera, 1926 mentri di altitudine, Buse di Ziolera.

Il Cane Pastore della Lessinia e del Lagorai, detto anche semplicemente pastore del Lagorai o pastore della Lessinia o pastore della Val d’Adige viene infatti utilizzato fin dai tempi antichi nella conduzione delle greggi ovi-caprine che per secoli fecero la fortuna dei commerci di tessuti del nord-est italiano in tutto il mondo. In un territorio in cui gli spostamenti stagionali per la montagna e per la pianura, e fino anche al mare, dovevano pure garantire il rispetto delle colture agricole, fu naturale selezionare nel tempo un ausiliario rapido nella corsa, agile nel salto, resistente nelle lunghe maratone che le transumanze richiedevano, docile nella relazione con l’uomo e con i suoi simili, ma pure determinato e coriaceo al bisogno contro i predatori selvatici o gli animali domestici dall’indole più aspra. Capace di condurre nei pascoli capre e pecore, ma anche i meno miti e più impegnativi cavalli e vacche.

Il Cane Pastore della Lessinia e del Lagorai è presente oggi in diverse centinaia di esemplari dalla Lombardia orientale al Trentino-Alto Adige, attraverso il Veneto e il Friuli Venezia Giulia, e, per tramite delle greggi transumanti che dalle pianure scendono verso il mare, anche in regioni contigue.

Un Cane Pastore della Lessinia e del Lagorai dal mantello nero.

Ha aspetto tipicamente lupoide, mesomorfo, di taglia media e agile, con grandi orecchie triangolari generalmente portate erette, ma anche semi erette o cadenti. Il pelo è semi lungo con folto sottopelo, il mantello è generalmente nero, fulvo o tipicamente merle. Quest’ultima colorazione prevede macchie screziate grigio nere o fulve su fondo grigio o bianco, dai caratteristici contorni irregolari e dalla distribuzione casuale e bizzarra, talvolta stravagante, anche con ampie chiazze completamente bianche.

Il Cane Pastore della Lessinia e del Lagorai oggi.

Conserva il temperamento vivace e curioso, la notevole resistenza fisica e la spiccata socialità che ancora oggi lo fanno preferire nelle attività agro-pastorali a molte razze da pastore estere. E’ un inesauribile camminatore e infaticabile lavoratore, tanto che un singolo soggetto è in grado di provvedere a un gregge di 150-200 capi.

Il Cane Pastore della Lessinia e del Lagorai nelle sue tipiche colorazioni: nero, fulvo, merle e doppio merle a fondo nero o fulvo.

Come molte razze autoctone, questo cane vanta antenati antichissimi. Prove dell’esistenza di cani paratori nella conduzione di ovini e caprini nelle Alpi italiane risalgono infatti all’epoca neolitica. Dai testi latini si deduce che non esisteva nel territorio sotto la dominazione romana la selezione di cani specializzati nella conduzione. L’antico Canis pastoralis o Pastoricus era esclusivamente da guardia, indicato nelle descrizioni come di norma dal mantello bianco, non produttivo, esclusivamente molosso e non mansueto, caratteristiche quindi analoghe al Canis Pugnax, il terribile cane militare che seguiva le legioni in guerra. Si trattava di molossoidi che già erano allevati dagli Etruschi, importati nella penisola dal popolo dei Fenici che trasportarono nelle loro grandi navi i cani discendenti dai molossi Assiri, Sumeri e Babilonesi. I Romani dunque avevano rivolto la loro attenzione alla selezione del cane come macchina bellica o con funzioni di guardiano e combattente nelle arene più che da aiutante nelle attività pastorali. All’antico Cane da Pastore delle Alpi, probabile capostipite di tutte le varietà da pastore dell’arco alpino non solo italiano, va dunque attribuita un’origine diversa e più antica.

La cultura natufiana, sviluppatasi sulle coste orientali del Mare Mediterraneo nel corso del Mesolitico (12.000-10.000 a.C.), è comunemente identificata come iniziatrice dell’agricoltura, dell’addomesticamento di ovini, caprini e bovini e soprattutto del cane in qualità di animale domestico stabile. E’ noto che con l’inizio del Neolitico (9500 a.C.) si verificò una rivoluzione nel rapporto dell’uomo con l’ambiente circostante. Probabilmente a causa di una mutata situazione climatica avvenne il passaggio da una sussistenza alimentare legata alla caccia e alla raccolta a nuove forme di economia collegate all’agricoltura e all’allevamento. Viene dato per certo che l’addomesticamento coinvolse animali dotati di una struttura sociale e capaci, vivendo in branchi o greggi, di relazionarsi con i propri simili, come il lupo/cane, pecore e capre. Nei siti natufiani sono state rinvenute prove della domesticazione del cane che, salvo nuovi ritrovamenti, risultano tra le più antiche: in una tomba del sito di Ain Mallaha, Israele settentrionale, datata intorno ai 12.000 anni fa, è stata rinvenuta la sepoltura di un uomo anziano che sembra accarezzare un giovane cane, mentre un’altra sepoltura con cane è stata rinvenuta nel sito di Hayonim Terrace.

Ain Mallaha, Israele settentrionale: l’uomo e il suo cane sepolti insieme 12.000 anni fa.

Con la disponibilità di risorse in loco l’uomo divenne sedentario e praticò una pastorizia semi-nomade, mentre con lo spostamento stagionale tra pascoli invernali ed estivi e viceversa, nacque la transumanza. L’esigenza di mantenere il gregge entro i limiti delle vie tratturali senza sconfinare nei campi coltivati fece sorgere nell’uomo un bisogno, quello del cane da conduzione degli animali. La cultura natufiana si travasò, tramite migrazioni, verso Oriente, Mesopotamia e Anatolia. A Çayönü, in Turchia, in particolare è stato rinvenuto il più antico insediamento di contadini in Anatolia. Accanto a numerose varietà vegetali coltivate, sono state recuperate molte ossa di pecore e capre, maiali e diversi esemplari di cani dalla taglia media. I resti risalgono a 9.500 anni fa e fra i monili rinvenuti è stata individuata una dea-madre con al fianco un felino e un cane, una traccia che ci ricollega a quelle che saranno le pratiche religiose degli antichi abitatori del Veneto.

In Europa, con ondate migratorie successive, discendenti dei Natufiani giunsero circa 4.500 anni fa provenendo dagli altopiani dell’Anatolia. Erano pastori con greggi e cani al seguito. Secondo uno studio di genetica pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences da Peristera Paschou, dell’Università “Democrito di Tracia” ad Alexandroupolis, l’analisi del DNA umano europeo, mediorientale e nordafricano ha permesso di ricostruire le rotte seguite nelle migrazioni preistoriche. All’ipotesi della migrazione marittima attraverso le isole dell’Egeo, si affianca anche quella della migrazione terrestre, dal Vicino Oriente, attraverso l’Anatolia, verso la Tracia e i Balcani, di popolazioni di agricoltori e pastori. E successivamente in Europa, portando trasformazioni epocali come le tecniche agricole e la lingua indoeuropea. La possibilità di trasformare il latte in formaggio si deve infatti ai Sumeri abitatori della bassa Mesopotamia che scoprirono l’uso del caglio, mentre agli Egizi si deve l’ideazione della filatura della lana.

Gli stessi Veneti (o Venetici o Paleoveneti), sono considerati originari della Paflagonia (Anatolia centro-settentrionale) e si stanziarono nella zona tra il lago di Garda e i colli Euganei dopo la metà del II millennio a.C. Furono verosimilmente portatori della cultura della pastorizia e dell’uso del cane già conosciuto dai Natufiani. Omero cita gli Eneti come guerrieri al fianco dei Troiani contro gli Achei di Agamennone. Alla morte del loro comandante Pilemene, sarebbero fuggiti insieme ad Antenore, mitico fondatore di Padova, e al giovane principe di Meonia, Mestle, nelle attuali Venezie, nel 1100/1200 a.C.

Plinio il Vecchio parla dei Veneti riferendo ciò che aveva scritto Catone in questi termini:“Venetos troiana stirpe ortos auctor est Cato”, ossia “Catone attesta che i Veneti discendono dalla stirpe troiana”. (Gaio Plinio Secondo, Naturalis Historia, III, 130). A conferma, anche Erodoto ispirò la moderna tesi di una derivazione illirica dei Veneti, ossia dal ramo occidentale delle popolazioni indoeuropee, attraverso i Balcani. La cultura veneta ebbe il suo massimo sviluppo tra l’VIII e il II secolo a.C., differenziandosi nettamente rispetto alla rimanente Italia protostorica. Peculiarità di questo popolo erano le lavorazioni del bronzo e le produzioni fittili, le radicate credenze religiose, l’arte, l’agricoltura, la produzione di armature, l’edificazione di centri urbani e necropoli, l’allevamento del bestiame e la lavorazione della lana per la produzione di apprezzati tessuti. Protagonista della vita dei Veneti antichi era il cavallo. Molti scrittori illustri, greci e latini, associano il popolo dei Veneti alla fama dei cavalli da corsa che allevavano, usati nelle corse delle principali competizioni sportive del mondo greco. Le lane invece venivano magistralmente lavorate dalle donne attraverso semplici telai di tipo verticale. Se ne ottenevano dei tessuti pesanti detti gusape adatti a mantelli, coperte e tappeti. Mentre a Padova si producevano tessuti unici, dalla triplice tessitura e chiamati trilici.

La civiltà dei Veneti durò dal X-IX secolo a.C. al II secolo a.C., quando cioè venne gradualmente adottata la cultura romana. Nella zona di insediamento o di influenza veneta il cane era conosciuto fin dalle origini. Nel 2009 a Valdaro (MN) fu rinvenuta la tomba del Cacciatore Orione con il suo cane Sirio, testimonianza della continuazione della fedeltà del cane al suo padrone di 5.000 anni fa. Mentre le valli trentine, in particolare la valle centrale dell’Adige, furono abitate in epoca mesolitica da insediamenti di cacciatori, spostatisi con tutta probabilità dalla pianura Padana e dalle prealpi Venete a seguito dello scioglimento dei ghiacciai alpini.

Il Cacciatore Orione con il suo cane Sirio.

Sulla Mummia del Similaun (noto anche come Ötzi oppure Oetzi), un reperto antropologico ritrovato nel settembre del 1991 sulle Alpi Venoste tra l’Italia e il Tirolo, furono rinvenuti con l’analisi tramite spettrometro di massa, peli di specie animali simili a quelle ancora oggi allevate. Ciò induce gli archeologi a pensare che Ötzi fosse un pastore, e che tra il 3350-3100 a.C., fosse dedito agli spostamenti stagionali con la propria mandria. Testimonianze parlano inoltre della presenza del cane da caccia e da conduzione/guardia al bestiame domestico nelle famose pitture rupestri della Val Camonica sulle Alpi bresciane, e risalenti a 3-4000 anni fa.

Particolari manufatti della tradizione veneta risalenti all’VII secolo a.C., quali le situle, secchi in lamina di bronzo usati come contenitori di urne funerarie, raccontano per immagini la vita dell’antico popolo: figure di animali, guerrieri, prigionieri e principi e cani. Si tratta di un cane di tipo lupoide, dalla coda arricciata e dal tipico atteggiamento del cane da pastore da conduzione e di governo degli animali domestici. Inoltre i Veneti antichi adoravano più di una divinità, la principale delle quali era Reitia, spesso definita con l’appellativo di Potnia-Theròn, ossia dominatrice degli animali. Un culto questo nato tra il 7000 e il 3500 a.C. Reitia è anche teonimo di Ecate, dea greca e romana ma che trae origine, al pari del popolo veneto, in Anatolia, e spesso rappresentata con le sembianze di cane e descritta come amica notturna dei cani. Nell’iconografia Ecate viene rappresentata spesso con tre corpi o con appunto sembianze di cane o accompagnata da cani infernali ululanti in quanto veniva considerata protettrice dei cani. Attributi analoghi all’antica dea-madre di Çayönü in Anatolia. Nella tradizione veneta Reitia è a volte raffigurata accompagnata da un cane dall’aspetto lupoide. In epoca di dominazione romana il culto di Reitia venne sostituito o affiancato a quello di Minerva, dea, tra l’altro, dei tessuti.

In alcuni dischi bronzei paleoveneti la raffigurazione della stessa Reitia presenta ancore analogie simboliche con quelle di Ecate. Nel famoso disco di bronzo paleoveneto ritrovato a Montebelluna (TV), Reitia è raffigurata accompagnata da un cane dall’aspetto lupoide. Punti di contatto si evidenziano anche tra la religione celtica (che incontrò i Reti del Trentino nel V/VI sec. a.C.), etrusca e romana e veneta. Tutte queste culture venerano una divinità dalle caratteristiche similari, tra cui la presenza nelle raffigurazioni di elementi simbolici quali la chiave, il numero tre, ecc. (comuni alla dea Reitia), e un cane di media taglia di tipo lupoide, seduto al fianco in attesa di un comando. Si tratta dello stesso dio Silvano/Fauno dei romani, Sucellus dei celti Selvans per gli etruschi. Il medesimo Salvanèl, Salbanello tipico nel folklore Veneto e Trentino.

Con la dominazione romana, nel Triveneto le strade si sovrapposero normalmente alle antiche vie di comunicazione che solitamente erano quelle della transumanza. Come la via Della Lana che collegava Patavium (Padova) a Marostica, principale centro di raccolta di lana proveniente dall’Altopiano di Asiago. In Lessinia, i cui nomi storici Luxino, Lixino, Lesinio, Lissinorum e Lissinia significano “terra usata e preparata per i pascoli”, ci sono tracce della presenza di pastori transumanti e di lavorazione della lana fin dal Neolitico. Testamenti, documenti, carte imperiali risalenti ai sec. IX-X-XI sono abitualmente accompagnati da locuzioni che rinviano inequivocabilmente alle pratiche di alpeggio, come: campo meo in Luxino… una cum capilo pascuo (814), sorte de monte Luxini ubi nuncupatur Parparo una cum pasculo capilo seu aquario (829) (N.d.A. pascolo, uso del bosco, uso dell’acqua), campo in Lexino ubi dicitur Parparo (833), Luxinus maior et minor (secolo X), campus meus in Luxino adalpes facienda (921).

Nell’anno 810 un documento stilato presso Caprino Veronese indica la presenza di un Follonis, ovvero un follone, marchingegno mosso da forza idraulica adibito all’infeltrimento dei panni di lana. E’ l’attestazione più antica di un meccanismo del genere in tutta l’Italia medievale, ben antecedente al follone individuato in Abruzzo e datato verso la fine dell’età carolingia. Nel corso del 1400 Verona diventa infatti centro di produzione e commercio di una rinomata qualità di lana, venduta in tutta Italia e nel Medio Oriente, capace di competere con i filati fiamminghi e inglesi. Le nobili famiglie sono proprietarie di pascoli e malghe, vengono regolamentati gli spostamenti delle greggi e il comportamento dei pegorarii. La produzione laniera rimarrà fiorente anche durante la dominazione veneziana. Nella pedemontana trevigiana nel 1572 il territorio risulta “…copioso di animali, et specialmente di pecore, le quale arivano fino alla summa di quaranta mille…” e si contano greggi che arrivano a diverse centinaia di capi.

Anche per Belluno ben documentato è lo stretto legame tra allevamento, transumanza e le direttrici stradali per lo spostamento di animali in grande numero. Uno scritto del XIX secolo riporta infatti: “Senonché, come noi oggi veggiamo tuttodì avvenire, che le greggi nostrali passino la stagione calda ne’ monti di Feltre e di Belluno, e le loro il verno alle nostre pianure; così aver ne’ vicini Contadi trasmigrato quelle di Altino, chi vieta di credere, atteso massime che questa pratica ne’ trasandati secoli effettivamente si teneva”. Belluno, Feltre, Valdobbiadene, Castel Tesino, Lamon, Fonzaso e Arsiè vengono nominati in documenti di contenziosi relativi allo sconfinamento delle piegore su pascoli altrui fin dall’anno mille. La lana di ottima qualità veniva scambiata fino a 50 anni fa nel mercato di Badia, nato proprio per permettere la compravendita dei prodotti della Lessinia. Nel 1417 a Verona operavano 116 mercanti e produttori lanieri. La lana della pecora di Brogna, a fibra lunga, era ideale anche per la produzione di pergamena. Nel XVI secolo alcuni lanaioli padovani affermavano la netta differenza in qualità tra la lana ottenuta da pecore transumanti e quella delle pecore stanziali, a riprova della presenza di uno spostamento stagionale abituale.

Solo nel Settecento si hanno dati sicuri sul numero di animali allevati. In Podestaria, Bosco Chiesanuova (VR), nel 1767 si contavano 1411 pecore. In questi anni nell’intera Lessinia si contano 30-36.000 capi di ovini. La confinante Emilia Romagna, anticamente appartenente al Granducato di Toscana, inoltre, era un’area chiave per la pastorizia italiana. Si stimano in almeno 35.000 capi gli animali dei greggi migranti nella metà dell’Ottocento in Romagna, i quali, per l’inverno migravano verso la Maremma grossetana. Nell’area di Valdobbiadene poi, “dove si pascola da tutta la vallada”, ancora nella prima metà del XVII secolo sono documentati più di 3.000 animali ed è ben segnalata la presenza di due greggi di 200 e di 600 capi, che senza l’ausilio dei cani da pastore sarebbero stati ingovernabili. Una testimonianza sull’uso del cane da conduzione sulle montagne del Triveneto fu rinvenuta anche sul massiccio montuoso del Pasubio (TN), ai confini con il territorio vicentino. In un tratto riparato corrispondente a un antico e frequentato passaggio si rivelò nel 2003 la presenza su una parete calcarea (Pale del Campiel) di tutta una serie di incisioni rupestri che vanno probabilmente dal basso Medioevo fino alla prima metà del 1800 e che testimoniano la presenza di cacciatori, pastori, viandanti. Alcune di esse mostrano chiaramente la conduzione di un gregge di pecore e agnelli da parte di un pastore con l’ausilio di un cane da pastore, dalle orecchie ritte e la coda arricciata, il quale si differenzia dal lupo proprio per la posizione simbolica della coda. Tale reperto è databile dagli storici intorno al basso medioevo.

Pale del Campiel, massiccio montuoso del Pasubio (TN). Graffiti raffiguranti capre, pecore e agnelli con cane da pastore.

Testimonianze fotografiche di fine ‘800 e nel corso di tutto il primo ‘900 mostrano l’abituale utilizzo nelle attività pastorali di un cane dalle caratteristiche capitali che si ripresentano uniformemente in quasi tutti i soggetti. Negli anni ’50 in ogni famiglia dell’altopiano lessino c’erano piccoli allevamenti di pecore, e spesso per meglio sfruttare il pascolo si prendevano a prestito durante l’estate a soccida delle pecore dal vicentino. Le pegore vesentine (pecore vicentine), si portavano al pascolo per tutta l’estate, si mungevano e poi ai primi di ottobre si riportavano dai legittimi padroni, facendo chilometri per riportarle nel loro luogo d’origine. Inevitabile l’impiego di cani da conduzione. I pastori veneti e trentini, gelosi di questo patrimonio genetico selezionato in migliaia di anni, secondo un’abitudine ancora oggi in voga tesero sempre a mantenere i cuccioli tra loro, restii a cederli a soggetti estranei alla tradizione pastorale. Pratica che può apparire ostile, ma che ha garantito la conservazione di caratteri fissati e omogenei.

 

 

 

Un gregge veneto con cani da pastore negli anni ’70.

Caratteri che però oggi, senza la salvaguardia e il riconoscimento della razza, rischiano di scomparire a fronte della mancanza di un opportuno e moderno programma zootecnico di allevamento volto a scongiurarne l’eccessiva consanguineità, e per la presenza sempre più massiccia sul territorio di razze di origine estera. Ne consegue un alto rischio di meticciamento e perdita irrimediabile non solo di un patrimonio zootecnico dal valore e dalla tempra uniche, risultante da una millenaria e dura attività lavorativa accanto all’uomo, ma anche il disperdimento di un patrimonio culturale fatto di tradizioni, lingue, prodotti, territorio che da sempre accompagnano l’attività pastorale nel Triveneto. Tuttavia ancora sopravvive il Cane Pastore della Lessinia e del Lagorai, utilizzato nel medesimo areale che lo vide dividere accanto all’uomo le più faticose pratiche pastorali, perdura nella pratica della conduzione delle greggi, governandone insostituibilmente parecchie decine in tutto il Nord-Est, e ostinato e caparbio combatte la dura lotta contro l’estinzione.

Un Cane Pastore della Lessinia e del Lagorai con il suo gregge.

BIBLIOGRAFIA:

-Vittorino Meneghetti, I cani da pastore, 2015.

– Serpell James, The domestic dog: its evolution, behaviour and interactions with people, Cambridge University Press, 1995, ISBN 0-521-41529-2.

-Antichità: i Signori dei cavalli, in Focus Storia, nº 17.

-Cenni della toponomastica della Lessinia di Giovanni Repelli

-Leo Benvenuti, La situla Benvenuti nel Museo di Este – 2ª edizione, a cura di Giulia Fogolari, Bologna, Atesa, 1976, ISBN 978-88-7037-021-8.

-Popular Science Monthly Volume 55 Maggio 1899 l’origine della cultura europea da William Zebina Ripley

– Centro Camuno Studi Preistorici

-L’Espresso, 7 maggio 2015

-Walter Burkert, Religione Greca: Arcaica e Classica, Oxford, Blackwell, 1987 ISBN 0-631-15624-0.

-Preistoria Alpina, 44 (2009): 259-270 259 © Museo Tridentino di Scienze Naturali, Trento 2009 Incisioni rupestri di epoca storica nel massiccio del Pasubio (Trento) Marco AVANZINI Luca BISOFFI

-http://www.dicasamarziali.com/it/tre%20antiche%20razze%20italiane.html

-Studio di E.  Rossini e M.  Fernell Mazzaoui pubblicato sul numero 23 della rivista “Vita di Giazza e di Roana” del  settembre 1975 intitolato “La lana come materia prima nel Veneto Sudoccidentale (secc.XIII-XV)

-“Cargar montagna. Per una storia dell’alpeggio in Lessinia”, pubblicato su Terra cimbra, vita e cultura della comunità cimbre numeri 56-57 del Gennaio Agosto 1984

-Gian Maria Varanini, Edoardo Demo Allevamento, transumanza, lanificio: tracce dall’alto e dal pieno Medioevo veneto. A stampa in La lana nella Cisalpina romana. Economia e Società. Studi in onore di Stefania Pesavento Mattioli. Atti del convegno (Padova-Verona, 18-20 maggio 2011)

– Roberto Todero, Cani e soldati nella prima guerra mondiale. Quattrozampe al servizio imperiale nell’esercito asburgico, Gaspari, 2011.

-Guido Rosada, Altino e la via della transumanza nella Venetia centrale

-Saggio storico sullo stato e sulle vicende dell’agricoltura antica dei paesi posti fra l’Adriatico, l’Alpe e l’Appennino sino al Tronto del conte Filippo Re, Di Filippo Re 1817

– M.Stellin, F.Bortoli, Lagole, santuario dei Veneti antichi 2001

-Loredana Capuis -I Veneti. Società e cultura di un popolo dell’Italia preromana, Longanesi, 1993

-I Veneti dai bei cavalli, Canova 2003, Regione del Veneto, Soprintendenza Beni Archeologici

-AA.VV. Il territorio veronese dalle origini all’età romana, Verona, 1980

– M.P.Moscetta, Neolitico ed Età del Rame, Teramo, 1996

-P.P. ONIDA, Studi sulla condizione degli animali non umani nel sistema giuridico romano

– Andrea Testa, Reitia e Potnia Theròn due luoghi di culto alla dea madre nella Vicenza paleo-veneta e romana

– Anna Maria Annette Ronchi, Nel tempo della dea: storia della civiltà fluviale

– C. Frison, La cittadella di Padova paleoveneta

-C. Zoldan, ‘Tabula ha a pagar al datio del bestiame’, in La pastorizia transumante del Feltrino, ed. D. Perco, Feltre (Belluno) 1982, 149-156

-Barbieri G., La produzione delle lane italiane dall’età dei comuni al secolo XVIII

-Antichi privilegi e correlativi oneri inerenti alle montagne del carbon nei Lessini, Borghetti, ed. Taucias Gareida

– La pecora bergamasca, storia e presente di una razza ovina, prof. Michele Corti.

aaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa


*Federico Torresan si interessa di ricerche storiche ed è vicepresidente della SIPaLL (Società Italiana Pastore della Lessinia e del Lagorai, www.facebook.com/PastoreLessiniaLagorai), che sta recuperando questi cani conduttori del gregge. E’ da un ventennio preparatore di cani per prove di lavoro da utilità e difesa, anche in veste di figurante. Ha pubblicato diversi testi, e di prossima pubblicazione è “I cani soldato, eroi dimenticati della Grande Guerra” con Antonio Crepaldi Editore.