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Hanno collaborato con preziosi consigli e dati Antonio Lamarucciola, Gianluca Rinaldi, Saverio Cortese e Alessandro John Pirruccio.

La cercan qui, la cercan là,/ dove si trovi nessuno lo sa./ Che catturare mai non si possa,/ quella dannata Primula Rossa?

Questa è la canzoncina che accompagna le gesta del personaggio creato dalla fantasia della Baronessa Orczy. Famoso in tutto il mondo, la Primula Rossa deve la propria larghissima fortuna anche al popolare film con Leslie Howard e Merle Oberon. Ambientato nel periodo più sanguinoso della Rivoluzione Francese, quello del Terrore, il romanzo racconta di un gruppo di coraggiosi che si prodiga per far fuggire oltre Manica gli aristocratici condannati alla ghigliottina. A ogni fuga riuscita, l’impresa viene firmata dalla misteriosa Primula Rossa, capo dell’associazione clandestina. Ma chi si nasconde dietro questo nome? Braccato dagli agenti del governo repubblicano francese, la Primula Rossa conserva il segreto della propria identità tra mille avventure.

Bene, la canzoncina va benissimo pure per il fantomatico cane Vucciriscu Siciliano, visto che tutti ne parlano e nessuno l’ha mai visto. Premettiamo subito che il cane della fotografia sopra si chiamava Brigante, vissuto negli anni ’70 in Sicilia e che parrebbe essere un notevolmente piccolo Cane Corso, anche se campione di combattimento fra cani (nonostante fosse vietato). L’abbiamo presa dall’ottimo sito Il Contado del Molise, dell’esperto dottor Flavio Bruno. Le descrizioni del Vucciriscu Siciliano comunque gli si addicono parecchio, come vedremo poi, e vi anticipiamo che supponiamo che questi cani siciliani dovessero essere semplici Cani Corsi selezionati per avere dimensioni relativamente ridotte, e in altri casi incroci fra Cani Corsi e cani più piccoli e non solo italiani. Cominciamo con il nome, ossia Vucciriscu, che indicherebbe un cane siciliano e lo differenzierebbe dal similare Bucciriscu Calabrese.

La Vucciria è il noto e caotico mercato storico di Palermo – ma ce ne sono altri come il Ballarò, Capo, Mercato delle Pulci e Lattarini – e quindi secondo alcuni, questi cani sarebbero stati i guardiani delle merci esposte in alcune bancarelle, magari stando sotto il banco o sopra il carretto delle scorte (allora i camioncini non c’erano…). Compito utile, poiché se una cosa non è mai mancata nel nostro Paese sono proprio i ladri. Però, pensandoci, pare difficile che un commerciante desideroso di fare avvicinare i potenziali acquirenti alle proprie merci, vi piazzi vicino un cane ringhiante che invece li tiene a distanza. Oppure che ponga il cane, ovviamente sempre minaccioso e probabilmente mordace, su un carretto alle sue spalle in un mercato affollatissimo in cui la gente sciama da tutte le parti, davanti e a fianco, magari solo per osservare meglio la merce e pure toccarla come purtroppo spesso si fa ancora oggi. Secondo altri appassionati, essendo il mercato luogo popolare e chiassoso – “vuccirìa” in palermitano significa “confusione” – in cui ogni ambulante gridava la bontà delle proprie merci cercando di attirare i clienti, il Vucciriscu sarebbe stato un forte abbaiatore in modo da minacciare, senza dover arrivare a mordere, tutte le persone sospette. Insomma, doveva con i propri latrati superare le grida dei padroni e il vocio di quella massa di gente. E allora a che serviva che il padrone gridasse, se il suo cane lo faceva più di lui? Vi immaginate una massa di bancarelle dotate di cani latranti a profusione in un mercato rionale? E questi cani non dovevano essere affatto rari poiché in Sicilia per indicare un gruppo numeroso di persone si diceva: “Sunnu chiussai di cani vuccirischi” (Sono di più dei cani vuccirischi).

Mercato a Palermo, anni Cinquanta.

Vucciriscu deriverebbe quindi da Vucciria? In parte, ossia dal francese “boucherie”, che significa macelleria. Difatti un tempo questo mercato veniva chiamato “Bucciria grande” per distinguerlo da altri di Palermo e anche perché destinato al macello (come accadeva in epoca angioina) e alla vendita delle carni. In seguito il nome del mercato fu modificato dalla gente da Bucciria a Vucciria. Ovvio che il cane Bucciriscu Calabrese in questo caso accorci, o annulli, le distanze col Vucciriscu Siciliano poiché il significato del nome è sempre quello. Il Vucciriscu Siciliano era quindi un cane da macellai, anzi da macello, e serviva per tenere a bada, guidare o trattenere i bovini. Insomma, come tanti altri molossoidi similari sparsi nel mondo e come il Cane da Presa Meridionale, suddiviso decenni fa in due razze ossia il Mastino Napoletano e il Cane Corso. Ma rispetto alla variante più agile e leggera, ossia il Cane Corso, il Vucciriscu Siciliano pare sempre notevolmente più piccolo, dimensionalmente più simile all’Old English Bulldog, cane eccezionale oggi estinto e funzionalmente agli antipodi di quella simpatica “patata” che oggi è l’English Bulldog.

In effetti, senza contare il fatto che al porto di Palermo arrivavano navi da tutte le parti e quindi anche inglesi, l’Inghilterra aveva stretti contatti con il Regno di Sicilia e il Regno di Napoli, poi uniti nel Regno delle Due Sicilie, sempre con sovrani i Borbone. Senza entrare nel merito, altrimenti non ne usciamo più, citiamo solo il fatto che i Borbone era patiti di caccia e cani. Lo era Filippo V di Spagna e pure re delle Due Sicilie (attenzione, il nome è simile ma il Regno delle Due Sicilie invece viene dopo), suo figlio Carlo di Borbone anche lui re delle Due Sicilie e il figlio di quest’ultimo Ferdinando I di Borbone (re di Napoli con il nome di Ferdinando IV di Napoli, nonché re del Regno delle Due Sicilie con il nome di Ferdinando III di Sicilia. L’abbiamo scritto che è complicato…). Insomma, i cani, anche molossi, andavano e venivano come rondini in primavera ed è per questo che nei Cani da Presa Meridionali c’è sangue di molossi spagnoli, ma pure viceversa. Questo all’epoca, ma anche dopo come si vede in questa fotografia di Don Carlos di Borbone, duca di Madrid (1848-1909).

Don Carlos di Borbone con uno dei suoi cani.

Tornando all’Inghilterra, davanti all’invasione delle truppe napoleoniche Ferdinando I (o Ferdinando IV oppure III, vedete voi) fuggì è lasciò il Regno di Napoli trasferendosi il 21 dicembre 1798 in Sicilia con la nave Vanguard comandata dall’ammiraglio inglese Horatio Nelson. Bisogna considerare che gli inglesi all’epoca erano ben visti in Sicilia, e ne arrivava un buon numero come turisti con il “postale”, ossia il veliero che faceva la tratta Napoli-Palermo e ritorno, oppure provenivano dalla Calabria con la corriera a cavalli e traghettavano a Messina. Moltissimi di questi inglesi erano intellettuali, e alcuni di loro scrissero articoli e libri che fecero conoscere la Sicilia. Il primo a farlo, nel 1770, fu lo scozzese Patrick Brydone e questo fra la popolazione sicula più colta (perché il popolino, e non solo lì, di norma non sapeva leggere e scrivere) fece nascere un certo interesse, tanto che i librai dell’isola ebbero nei loro scaffali parecchi libri di autori inglesi, confermando così l’interesse o la curiosità verso l’Inghilterra. In seguito i francesi conquistarono Napoli e il regno e Ferdinando I, come già scritto, si rifugiò in Sicilia, con la minaccia delle armate napoleoniche che portavano la Rivoluzione a favore del popolino, cosa certamente non gradita dai baroni siciliani e da coloro che prosperavano sulla miseria della povera gente, ancora soggetta al feudalesimo come nel medioevo. E così le lobbies presentavano gli inglesi come sante persone (e non lo erano) e i francesi come diavoli (e non lo erano). Fatto sta che la propaganda si mise all’opera, anche con cantate che facevano breccia – di sicuro più dei libri – nel popolo siciliano, come questa: Cchi ssu brutti ‘sti facci d’impisi. Senza scarpi, quasetti e cammisi! Quannu i viriti, tiratici in panza: viva lu’Nglisi ! Mannaja a la Franza !

La sicurezza della Sicilia non era certo data dai soldati borbonici o da reggimenti improvvisati dai baroni e composti da contadini armati di bastoni, zappe e falci (proprio così!), ma dai militari inglesi. Dal momento che non esistevano un esercito e una marina siciliani degni di questo nome, Ferdinando fu costretto a malincuore a invitare una forza britannica ad assumersi quasi completamente la responsabilità della difesa. Difatti nel febbraio del 1806 sbarcarono a Messina i primi 7.500 soldati della British Army. Poi gli inglesi occuparono tutte le postazioni costiere difensive dell’isola, tanto che il 17 settembre 1810, grazie anche alla loro flotta, respinsero un tentativo di sbarco in Sicilia dell’esercito francese.

Perché abbiamo scritto tutte queste cose? Per farvi capire che: 1) Gli inglesi erano ben visti (fecero anche opere di bene e commercializzarono l’allora non famoso vino Marsala nel mondo) e così piaceva quel che li riguardava. 2) La presenza dei militari inglesi comportava pure quella dei loro cani da guardia, e soprattutto dell’allora ottimo Bulldog Inglese, che seguì l’esercito britannico ovunque, dall’India all’Africa, dall’America all’Europa. 3) Questi cani furono importati anche dai tanti civili inglesi che si trasferirono in Sicilia.

Old English Bulldog.

Nel Catalogo dei mammiferi della Sicilia a cura di Francesco Minà Palumbo (1868) difatti si legge: “Canis molossus. Nome volgare: Cani Corsu inglisi, cane di forme molto robuste, la sua testa molto grossa, la mascella inferiore più sporgente sono caratteristiche di questa specie. E’ comune in Inghilterra, ne ho veduti in Palermo belli tipi provenienti da quella località”. Ovvio che questi cani validi anche per i bovini attrassero l’attenzione di chi lavorava in questo settore, come i macellai, e che con ogni probabilità si accoppiarono con i cani già in uso. Probabilmente arrivarono anche cani tipo Pitbull, molto comuni in Inghilterra e simili allo stesso Bulldog allora meno estremo, ma dovettero avere scarso successo in quanto meno adatti al lavoro di squadra come invece devono fare i cani da lavoro con le mandrie e non adatti alla guardia. L’esterofilia in noi italiani è sempre potente e pertanto perché non provare? Difatti esistono vecchie fotografie di Vucciriscu Siciliano indicanti un’evidente incrocio fra Bulldog e i cani locali da lavoro, cosa necessaria per dare agli esemplari britannici la resistenza al clima e alle malattie del nuovo ambiente siciliano.

Il periodo passato da re Ferdinando nell’isola fu caratterizzato dalla caccia, essendone appassionato fin da bambino, oltre che dal pensiero di riconquista della città di Napoli e del relativo regno. Basti pensare che il primo atto da lui firmato, il 7 gennaio 1799, fu un decreto che vietava la caccia nel cosiddetto Pantano di Mondello! E questo in momenti in cui ci sarebbe stato ben altro a cui pensare. Ferdinando, che a quanto risulta non era mai stato prima in Sicilia anche se l’isola faceva parte dei suoi possedimenti, dai latifondisti isolani ebbe in dono (per ingraziarselo ma anche per sottolineare che quelle erano terre loro e non del re) l’area boscosa dei feudi di Ficuzza, Lupo e Cappelliere e ne fece una tenuta con tanto di costruzione della Casina Reale di caccia. Oggi il tutto rientra nella Riserva naturale orientata Bosco della Ficuzza, Rocca Busambra, Bosco del Cappelliere e Gorgo del Drago (circa 7.398 ettari, facente parte del Parco dei Monti Sicani).

Bisogna sapere che in Sicilia erano stati quasi del tutto sterminati (per la caccia eccessiva, ma pure per l’immensa deforestazione fatta dall’uomo) cervi, caprioli, daini e cinghiali, ma alla Ficuzza qualcosa c’era ancora. E di lupi era pieno ovunque nell’isola, solo che non avendo quasi più prede si sfamavano col bestiame. La selvaggina cosiddetta “nociva” includeva fra gli altri anche la volpe, il gatto selvatico e la lontra. Il sacerdote Giuseppe Calderone in un libro del 1892 scrisse a proposito di Ferdinando I che “…dalle vicine Calabrie fé trasportare cinghiali, damme (N.d.A. daini), e caprioli, che moltiplicaronsi in breve a dismisura. Facendo abbondare ai cinghiali abbondante cibo quotidiano, mentre a damme, e caprioli restava un vasto campo a pascere fra tanti boschi…”.

Per cacciare la grossa selvaggina in Sicilia – così come faceva in continente e pure in altri stati – Ferdinando fece arrivare cani adatti dalla Calabria, Abruzzo e Molise, che da allora furono utilizzati non solo per il cinghiale ma pure per le battute al lupo che si attuavano una volta ogni sette anni. E ci teneva ai cani, ossia a quelli da caccia, mastini, corsi, levrieri e da pastore, tanto che alla Ficuzza andava a controllarli quando poteva, chiedendo notizie pure ai fattori. Attenzione, dai documenti storici trovati risulta proprio mastini, corsi, differenziandoli non perché fossero diversi come razza (anche se allora le razze non esistevano, così come le relative federazioni) in quanto era la stessa, ma perché si selezionavano linee diverse a seconda dell’utilizzo. Ma lo vedremo dopo.

Sulla rivista Venatoria Sicula apparve nel 1955 la descrizione fatta da un certo Lopes, il cui nonno partecipò a una battuta al lupo effettuata alla Ficuzza il 22 dicembre 1882, quindi molto tempo prima della pubblicazione. Tuttavia è interessante poiché cita (il nonno glielo raccontò nel 1920): “…erano stati regalati due lupacchiotti, trovati in una grotta del sottobosco del Fanuso. Erano state loro mozzate le orecchie (N.d.A. dopo averli uccisi), come si usava fare coi cani vuccirischi, cani di grossa taglia, coraggiosissimi, importati in tempi precedenti dai Re Borboni di Ficuzza dalle Calabrie e dagli Abruzzi, fino a poco tempo fa esistenti nelle contrade di Ficuzza (…) seguendo la tradizione lasciataci dai Re Borboni, ogni sette anni si faceva all’interno della foresta di Ficuzza, che allora si estendeva quasi fino agli abitati di Godrano, Marineo, Corleone e Mezzojuso, una tuccata (N.d.A. battuta) ai lupi, allora numerosi (…) alle 7 in punto i battitori delle tre squadre si disposero ciascuna su una lunga fila e al suono di trombe, campanacci, tamburi ed arnesi simili con un vociare infernale lanciarono nel sottobosco i cagnacci di razza vuccirisca, dai collari armati di chiodi per non offrire punti deboli agli attacchi eventuali dei lupi…”. Fu ucciso un lupo, portato poi in giro affinché i pastori dessero come d’uso un premio. I premi furono poi venduti e il ricavato distribuito in parti uguali ai battitori.

Da quanto sopra si traggono le seguenti conclusioni: 1) I cani Vucciriscu arrivavano anche dalla Calabria, dove li si conosceva come Bucciriscu. In pratica erano gli stessi e cioè Cani Corsi, variante leggera del Cane da Presa meridionale. 2) Servivano sia per la caccia al cinghiale sia per quella al lupo. 3) Erano di grossa taglia intesa come robusta ma non tale da impedirgli di inseguire i lupi, persino in zone boscose ed erte come la Ficuzza. Una curiosità, nella Reggia di Caserta c’è un quadro raffigurante uno di questi cani. Si chiamava Malacera e fu ucciso da un cinghiale durante una battuta di caccia. Il manto era beige, con una grande parte bianca che andava dal ventre al petto e a parte della testa. Le orecchie erano integre. Dopo il decadimento della tenuta reale della Ficuzza, da cui furono persino rubati i mobili, i Vucciriscu scomparirono dalla zona per vari motivi e cioè l’estinzione del cinghiale alla fine del XIX secolo (reintrodotto alcune decine di anni fa) e poi del lupo. Tuttavia, pur sempre più rari, rimasero in Sicilia ancora per decenni, utilizzati dai pastori, dai macellai o per la guardia.

Sicilia, pastore di capre di razza siriana con Cane Corso, possibile Vucciriscu Siciliano.

Per quanto riguarda invece il cosiddetto Buccirisco Calabrese – che ripetiamo essere sempre un tipo di Cane Corso di dimensioni ridotte – le condizioni per un suo utilizzo relativamente alla caccia continuarono in quanto il lupo in Calabria non si è mai estinto e fino al 1970 era cacciabile. Così naturalmente pure il cinghiale che però in quegli anni doveva essere ancora quello italico della sottospecie Sus scrofa majori, per capirci, lo stesso della Maremma e quindi relativamente piccolo (quello sardo è il Sus scrofa meridionalis, probabilmente un maiale inselvatichito). Cani grandi e potenti come i molossi usati fino al medioevo per tenere fisicamente fermi i cinghiali mentre un cacciatore li colpiva al cuore con un pugnale o una lancia, di sicuro non servivano più, visto che il fucile rese tutto ben più facile e sicuro. Anzi, i cani era bene che non gli stessero vicini per non finire fucilati pure loro. Pertanto cani come il Buccirisco, piccoli, agili e aggressivi, ebbero ancora un ruolo, ma sempre più in calo, fino al 1970 o giù di lì. Lo stesso risultato difatti lo si otteneva e lo si ottiene con altri tipi di cani da caccia, probabilmente meno temerari. In effetti là dove la caccia al cinghiale è legale anche con il coltello o la lancia – in Italia severamente vietata –, i cani sono invece fisicamente e caratterialmente simili al Bucciriscu e Vucciriscu, come nel caso dei Pitbull, Amstaff o Dogo Argentino (da caccia, non da show).

Battuta al cinghiale, zona di Vibo Valentia, Calabria.

A quel punto quel tipo di Cane Corso si fa sempre meno diffuso e torna alle dimensioni originarie, tranne quelli utilizzati per i combattimenti illegali fra cani o di semplici appassionati. Per concludere, la nostra tesi – magari assurda per tanti – è la seguente: come cane da lavoro non esiste originariamente il Cane Corso, il Mastino Napoletano, Il Buccirisco Calabrese, Guzzo o il Vucciriscu Siciliano. Esiste solo il Cane da Presa Meridionale che, a seconda degli utilizzi concreti e delle scelte degli allevatori nei secoli è stato selezionato in un modo o nell’altro. Sono solo varianti dello stesso cane. Grande o piccolo, snello e alto o basso e tarchiato, è sempre lui. Bisogna considerare che si tratta di un cane esistente da tre millenni, già perfetto ai tempi di Roma e che, se il caso, veniva incrociato con esemplari di altri tipi eccezionali e portatori di qualità eccelse, e che si diffuse nel mondo dando vita a molte razze molossoidi nel mondo. E quando furono gli altri popoli a invadere l’Italia, portarono con i loro eserciti esemplari funzionali – per esempio gli spagnoli, i francesi, gli inglesi – che si riaccoppiarono con i cani da cui discendevano e privilegiando sempre la funzionalità. E se li usavano i civili, come macellai, pastori, guardiani e altri, sempre selezionavano gli esemplari più validi. Solo il meglio si manteneva. Il mondo dello show non esisteva. Pertanto possiamo dire che nel Cane da Presa Meridionale, “nel suo DNA” c’è tutto quanto serve, un’enorme possibilità di estrazione e selezione che può dare vita a Mastini Napoletani da guardia di 80 kg, a snelli e potenti corsi da 50 o piccoli ed energici Vucciriscu da 30. Si ha un bagaglio di 3.000 anni in cui scegliere e con cui operare. Basta volerlo ed essere capaci.