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Sarà bene chiarire una cosa prima di trattare questi cani siciliani: come il Cane di Mannara, si tratta di ausiliari della pastorizia – precisamente per la protezione del bestiame – indubbiamente belli e rappresentativi ma che oggi non sappiamo quanto potrebbero essere validi sul campo. Il motivo è semplice e cioè che il loro principale antagonista, il lupo, è estinto ufficialmente dal 1937 in Sicilia, anche se ci sono segnalazioni di presenza e avvistamenti ancora intorno al 1950-60. E’ il lupo che direttamente o indirettamente sul campo seleziona il cane da protezione del gregge, quelli validi sopravvivono, quelli che non lo sono finiscono ammazzati, se non dal lupo allora dal pastore in quanto ritenuti inutili. Un cane impiegato per questo compito deve essere adatto fisicamente ma pure caratterialmente, coraggioso ma prudente, attento ma non frenetico e così via. Pertanto, finché questi cani non torneranno a confrontarsi sul campo col lupo in Sicilia (nel caso di reintroduzione di questo predatore, cosa ben difficile che avvenga) o in aree simili in cui i lupi prosperano, sull’effettiva funzionalità degli attuali esemplari si potrà solo fantasticare. Ne potremo sapere di più in futuro, poiché diversi esemplari di Spino degli Iblei sono stati affidati a pastori delle zone di Orvieto e Alessandria, dove i lupi ci sono.

Tuttavia, le pecore e le capre degli Iblei, almeno in giovane età, sono soggette alla predazione della volpe e senza dubbio, anche da adulte, agli attacchi dei cani randagi e inselvatichiti i cui branchi vivono anche sui Monti Iblei. Naturalmente la presenza di questi nuovi predatori è conseguenza dell’inciviltà e incoscienza di coloro che li abbandonano o li lasciano vaganti e affamati. Anche il cane randagio è vittima dell’uomo. Lo Spino degli Iblei quindi è tuttora valido per proteggere il bestiame da queste minacce.

Lo Spino degli Iblei, allevato fin dall’antichità nella Sicilia sud-orientale e in particolare nella zona dei Monti Iblei (anche se occasionalmente utilizzato in un’area ben più vasta), era del tutto basilare per i pastori per quanto riguarda la protezione del bestiame e in particolare delle pecore. Questi cani dovevano affrontare un ambiente non così facile come normalmente si pensa per la Sicilia, in quanto i Monti Iblei sono un altopiano montuoso alto poco meno di 1000 metri (i confinanti Monti Erei sono più alti), attraversato da canyon e con foreste di lecci e querce, ventoso, semiarido in alcune zone e piovoso in altre (oltre 1350 mm annui), con temperature estive torride con picchi storici superiori ai 45°C, ma a volte soggetto in inverno a pesanti nevicate come quella verificatosi a Palazzolo Acreide nel 1859 e allora così descritta: “Neve grandissima, si innalzò tant’alto che in alcuni punti fu 10, 12, e 16 palmi… Chi può dire quanti danni! Quanti morti alla via di Buccheri e di Buscemi. Anco in Palazzolo ne morì qualcuno”. Per chiarire, 16 palmi equivalevano a circa 320 cm…

Sui Monti Iblei – ma non solo lì – la vita era dura per tutti, uomini e animali. La naturale costituzione calcarea del territorio, impediva (e impedisce) qualsiasi forma di coltivazione estensiva e pertanto fu giocoforza basarsi sull’allevamento brado di razze particolarmente rustiche e adattabili, come l’asino Ragusano, resistente e valido per il trasporto, la vacca Modicana capace di produrre buoni quantitativi di latte ma pure un’ottima carne, e la rustica pecora Comisana. Tutte razze adatte a quell’ambiente non facile e poco produttivo.

Lo Spino degli Iblei

Lo Spino degli Iblei doveva quindi vivere e operare in ambienti ostici e naturalmente con la tipica alimentazione che ovunque i pastori davano, e spesso ancora danno, ai propri cani e cioè siero di latte con pane raffermo o farina. Oggi è ancora peggio, perché il latte di norma viene venduto e ritirato e quindi non vi sono scarti di lavorazione, come appunto il siero. Accade anche che alcuni scriteriati non alimentino affatto i cani, che devono pertanto procacciarsi il cibo cacciando conigli o altra selvaggina, un po’ come capita in alcune zone d’Abruzzo. Fortunatamente lo Spino degli Iblei è un cane che, pur affamato, non rivolge le proprie attenzioni al gregge, non nutrendosi neppure di placenta o di carcasse ritrovate in natura. Altre razze estere giunte in Sicilia, credute ottimali, invece se affamate predano persino il bestiame che dovrebbero proteggere, come avvenuto per esempio con i Pastori del Caucaso. Ma anche in questo caso la colpa, tranne casi particolari, è sempre dei pastori che non danno cibo ai proprio cani. Per chissà quale ragione, loro devono mangiare regolarmente, ma i loro cani no. Di vaccinazioni – anche quando disponibili – naturalmente manco se ne parlava e sopravvivevano solo gli esemplari più robusti.

I lupi sulle colline e montagne siciliane allora erano frequentissimi e temuti e avevano praticamente le stesse dimensioni di quelli calabresi in quanto un tempo la Sicilia era collegata al continente da terre emerse, e difatti la fauna insulare era praticamente la stessa, inclusi cinghiali, daini, cervi e caprioli, tutti molto comuni fino al 1700. Sappiamo dalla stampa dell’epoca che nel 1891 “In territorio di S. Fratello, provincia di Messina, due cacciatori uccisero sette lupi che da qualche tempo terrorizzavano i mandriani”. Il Bollettino del Naturalista del 1889 scrisse che “l’uccisione dei lupi, poco tempo addietro, era premiata dal Governo, ora il premio è però del tutto abolito”. Inoltre riporta che “Il giorno 13 marzo u.s. si organizzò una caccia a quei voraci animali nel bosco di Castelbuono (nelle Madonie, N.d.A.)... sbucarono da quella foresta cinque grossi lupi di cui se ne uccisero tre. Come di solito questi lupi furono portati in trionfo pel paese, accompagnati dagli stessi cacciatori e da pastori con tamburi, con grande entusiasmo”.

Madonie, senza data. Pastore con tre cani, di cui due Spino degli Iblei.

Gli attacchi non riguardavano solo il bestiame ma a volte pure le persone, come nel caso della cosiddetta Lupa di Palazzolo Acreide che nel 1695 – se non anche prima – fece parecchie vittime, forse essendo divenuta antropofaga due anni prima a causa del grandissimo numero di vittime disperse causato del terribile terremoto della Val di Noto del 9 e 11 gennaio 1693 (oltre 45 centri abitati distrutti, 60.000 vittime, XII grado della Scala Mercalli!). Il frate cappuccino Giacinto Maria Farina, di Palazzolo Acreide, scrisse: “In quest’anno apparve il lupo che scannava tutti i picciotti che poteva avere e mangiavaseli. Il quale la prima volta fece danno nell’Ebraida prendendosi una creatura nella culla; di poi seguì di mano in mani in molti eziandio adulti, si nelle terre, come nelle campagne…, per tale motivo Palazzolo fu detto allupatu, quasichè quella sciagura fosse una caratteristica di questo solo Paese”. Il vescovo di Siracusa, Asdrubale Termini, continuando il persistere del problema dei lupi, nel 1699 sentì il dovere di inviare la seguente Pastorale ai paesi iblei colpiti: “Sento con grande amarezza la strage fatta dal lupo, se non vogliamo dire dal demonio sotto forma di lupo o per dir meglio della giustizia vendicativa di Dio. Io bramando togliere questo diletto popolo d’una cotanta afflizione e molestia, e conoscendo che il modo di far cessare cotesto gran flagello di cotesta bestia insolente è il ricorrere a Dio, perciò imponghi che cotesto popolo devotamente digiuni tre giorni continui e poi nell’ultimo faccia la santa Comunione con sincera Confessione… Si esponga nelle Chiese maggiori il Divinissimo nei detti tre giorni e l’ultimo giorno si faccia la processione colle Litanie della S.ma Vergine”.

Il problema risaliva a ben prima, tanto che fra gli intervenuti al sinodo di Siracusa del 1510 ci fu anche il Venerabilis vicarius et rector terrae Cassari, vicarius seu episcopus luporum et vulpium. In pratica – e allora ci si credeva – questo religioso aveva (o così diceva lui…) la facoltà di esorcizzare e scacciare i lupi e le volpi, tanto che lo si indicava semplicemente come il “vescovo dei lupi e delle volpi”. E, se era altrimenti impegnato, poteva addirittura delegare ai vicari delle parrocchie vicine il compito, concedendogli per l’occasione tale facoltà.

Non solo, si invocava l’intervento di San Silvestro poichè – sempre secondo loro – proteggeva dai lupi (perché questo monaco aveva vissuto solitario per anni in una grotta nel bosco di Troina, senza che i lupi se lo mangiassero e quindi qualche potere doveva averlo…). La perdita del bestiame, e soprattutto dell’asino che allora era pure il mezzo di locomozione dei poveracci, era sempre un guaio. Difatti si diceva: “A lu riccu cci mori la mugghieri. A lu puviru cci mori lu sceccu”. Lo sceccu è l’asino. La credenza popolare dava un’ulteriore arma contro lupi e ladri, ossia i pastori la notte di Natale dovevano recitare la seguente orazione: “San Silvestru supra ‘n munti stava,/cciù di cientu piecuri vardava./E ‘u lupu ri la luparia,/ci ammazzava tutti chiddi c’avìa./San Silvestru si misi a cianciri;/scìu la vergini Maria e ci rissi:/”Chi c’hai ca cianci?/C’haiu aviri Vergini Maria,/persi tutta la vistiami mia!/Ma nun a ricisti a priera mia?”/”Matri Maria iù nun la sapìa”/”Rici cu mmia:/ Quannu affaccia la stidda a lu livanti/a lu lupu ci liga lu denti/a lu latru ci leva la menti/Ri sutta via, ri supra via/tri migghia arrassu ra vistiami mia”. Dopo l’orazione si facevano tre nodi a una cordicella, però prima di ogni nodo si dovevano recitare un Padre Nostro e un’Ave Maria. Se recitata con vera devozione, aveva il potere di “ligare” (paralizzare) i lupi per il raggio di ben tre miglia. Non ci crederete, ma pare che i lupi in realtà se ne fregassero altamente della cosa, continuando a fare quel che gli pareva. O forse durante l’orazione si trovavano veramente oltre le fatidiche “tre miglia”.

Ovvio che, concretamente, si cercava di fare qualcosa di più: per esempio, sul finire del XVI secolo il barone Andrea Alagona, del castello di Palazzolo Acreide “con i suoi ufficiali, al suono di buccine e tamburi, coi grandi e feroci cani stanavano e uccidevano i lupi, tanto numerosi nei dintorni che se ne trovavano uccisi anche sotto le zampe delle cavalle lasciate al pascolo con le pastoie di ferro, ovvero qualche volta arrivavano fin nell’abitato”.

Lupi siculi in diorama (in preparazione), Museo di Storia Naturale, Sezione della Specola, Firenze.

I pastori invece confidavano sui buoni cani, coadiuvati da loro stessi a mazzate e sassate, perché allora si sapeva che il connubio più efficace era la presenza e l’intervento contemporaneo dei cani e del pastore. Le teste dei lupi uccisi finivano inchiodate sulle porte degli ovili, con le bocche spalancate. I cani dei pastori detti spinu o barbetta erano adatti ad affrontare il lupo, e non solo quello. Il naturalista siciliano Andrea Cirino – autore dei testi De natura et solertia canum liber singularis e De natura piscium, stampati da Giuseppe Bisagni nel 1653 – così li descrisse: “Cani impetuosi, con la forza d’un orso, capaci d’uccidere i violenti cinghiali…le lunghe ciglia abbassate difendono gli occhi… L’intero mantello è ruvido, il corpo forte, le spalle larghe, non sono veloci, ma c’è molta forza in loro che è una forza veramente incredibile, un coraggio indomito”.

Detti cani – o almeno uno dei due, quello scuro – sarebbero quelli dell’immagine, una xilografia di autore ignoto, del volume Opere poetiche, pubblicato nel 1908 da Leggio & Piazza Editori. Nella parte del Canto II del poema Don Chisciotti e Sanciu Panza del poeta e drammaturgo Giovanni Meli c’è appunto questa immagine. Forse l’autore, magari siciliano come Meli, quei cani conosceva e quelli pertanto raffigurò. Forse vi chiederete del perché di Don Chisciotti e Sanciu Panza, ossia del testo in siciliano del ben più famoso Don Chisciotte della Mancia (in lingua spagnola: El ingenioso hidalgo don Quijote de la Mancha) di Miguel de Cervantes Saavedra, e il motivo è che il romanzo dello scrittore spagnolo è stato tradotto in moltissime lingue ed è stato venduto in circa 500 milioni di copie (più di tutti i libri della serie Harry Potter messi insieme!).

La xilografia del volume Opere poetiche del 1908.

Lo Spino degli Iblei è un cane medio-grande – il maschio può arrivare in certi casi a 70 cm al garrese e a un peso di 50 kg, non poco meno la femmina – e questo è ovvio in quanto i cani da protezione dei greggi dai lupi ovunque nel mondo hanno all’incirca almeno queste dimensioni –, atletico, vigoroso, forte e rustico. Non deve mai apparire tozzo. Il tronco è inscritto nel rettangolo. Anche se alcuni cultori descrivono quelli del passato con un carattere più grintoso dei Pastori Abruzzesi (il che è tutto dire!), sono affidabili e socializzano persino con gli estranei, se insieme al padrone e purché si osservino le elementari precauzioni del caso. Con la famiglia (intesa come umana) sono molto equilibrati ma pure protettivi. Anche se oggi oggetto di un’attenta e seria opera di salvaguardia da parte di valenti esperti/appassionati, sono ancora rari e moltissimi di quelli ancora reperibili in Sicilia sono in realtà frutto di incroci con altre razze, come i Pastori Abruzzesi. Questa si suppone essere conseguenza dell’estinzione del loro nemico atavico, il lupo, poiché finché presente era interesse degli stessi pastori mantenere in purezza e piena funzionalità tali esemplari, al massimo incrociandoli in alcuni casi con l’altro cane siciliano da protezione del gregge, il Cane di Mannara. La cosa oggi magari parrà strana, ma i pastori non ricercano (e non ricercavano manco all’epoca) certo la bellezza, ma l’efficacia. Anche in Abruzzo si incrociava occasionalmente il Pastore Abruzzese con il Cane Corso.

A tal proposito, non risulta che lo Spino degli Iblei venisse incrociato con molossoidi al fine di dargli maggiore potenza o altre caratteristiche, come invece accadeva molto tempo fa in Centro Italia incrociando il Pastore Abruzzese con il Cane Corso/Mastino Napoletano, ottenendo il cosiddetto “mezzocorso”. C’è anche da considerare che in Sicilia, a parte il Cane Corso/Mastino Napoletano che non sappiamo se fosse ben diffuso o meno, non risultano razze simili. Il presunto Vucciriscu siciliano parrebbe essere solo una diceria e non se ne sa praticamente nulla. Tuttavia possiamo confermare che i dati storici ritrovati per realizzare questo articolo indicano che si trattava di Cani Corsi importati dalla Calabria e Abruzzo nella Tenuta di Ficuzza da re Ferdinando III di Sicilia. Naturalmente ciò non preclude l’ipotesi che ne siano giunti anche prima o che non si siano accoppiati con cani locali dando vita a incroci locali. Di sicuro, relativamente agli ultimi decenni, grazie agli esami del DNA fatti, il Club del Pastore Siciliano (a cui fanno capo circa 130 esemplari puri di Spino degli Iblei) ha potuto escludere qualsiasi accoppiamento con Cani Corsi.

Lo Spino degli Iblei è un cane da pastori pecorai e, di norma, non veniva usato specificatamente per la guardia alle case o masserie, cosa che semmai avveniva con il Cane di Mannara, anche detto Mastino Siciliano, benché pure questo fosse (ed è) un cane da gregge. Tuttavia non bisogna dimenticare il vecchio detto siciliano: “Nun rommiri co’ putticatu apiettu, mancu co’ Spinu e’ pieri ‘o liettu” (Non dormire con la porta aperta neppure con uno Spino ai piedi del letto), cosa che invece fa capire che lo Spino degli Iblei potesse essere un valido guardiano anche della casa e della famiglia. Del resto ci parrebbe strano che alcuni esemplari del branco di cani, magari i giovani o i vecchi, non rimanessero alla masseria e conseguentemente non la proteggessero da animali predatori o malintenzionati mentre gli esemplari più forti ed esperti vigilavano sul bestiame al pascolo, normalmente distante dalla casa e dalle stalle, anche se nell’area non esisteva la transumanza. Difatti bisogna sempre ricordare che i cani da protezione del bestiame, e dei greggi in particolare, per essere efficaci nel loro compito devono essere relativamente numerosi e formare un branco affiatato. Un solo cane è inutile. A proposito del nome, per correttezza sottolineiamo che, a prescindere dalla validissima opera di tutela e valorizzazione svolta dal Club del Pastore Siciliano e in particolare da Gianni Vullo e Giovanni Tumminelli, il nome Spino degli Ebrei è di relativamente recente ideazione, essendo stato stabilito da loro nel 1991.

Fotografia di Spino degli Iblei, Ponte Olivo, 1970. Il cane si chiamava Canuni, proprietario Zù Vicienzo.

Per quanto riguarda il lupo in Sicilia, agli inizi del XX secolo era ormai ridotto al lumicino. Il 4 gennaio 1902 un grande lupo, probabilmente idrofobo, fu ucciso nel Bosco di S. Pietro, presso Caltagirone. Gli ultimi branchi di lupi sopravvissero probabilmente qualche anno ancora nelle folte faggete dei Nebrodi e delle Madonie. Nel 1935 quello che si riteneva essere l’ultimo lupo della Sicilia fu ucciso durante una battuta di caccia a Ficuzza, oggi frazione del comune di Corleone in provincia di Palermo. Ficuzza faceva parte della riserva di caccia del re Ferdinando III di Sicilia e oggi rientra nella Riserva naturale orientata Bosco della Ficuzza, Rocca Busambra, Bosco del Cappelliere e Gorgo del Drago (circa 7.398 ettari, facente parte del Parco dei Monti Sicani). Bene, quel lupo si scoprì non essere l’ultimo, perché due anni dopo, nel 1937, ne fu ucciso un altro nella stessa zona, incredibilmente sulla collina di Bellolampo, alta appena 400 metri e nei pressi di Palermo, ben visibile da quasi tutta la città. Da allora, benché segnalato e avvistato in altre zone siciliane persino agli inizi degli anni ’60, il lupo sull’isola è ufficialmente estinto. La mancanza del principale antagonista dei cani siciliani da protezione del bestiame fece sì che molti pastori non necessitassero più di esemplari di notevoli dimensioni e particolare attitudine, divenuti ormai inutili. Conseguentemente lo Spino degli Iblei, così come il Cane di Mannara, finirono incrociati con altri tipi di cani o divennero sempre più rari nell’isola.

Il lupo ucciso nel 1935 a Ficuzza.

Fortunatamente alcuni pastori, spesso in località sperdute o fuori mano, erano appassionati e mantennero in purezza questi cani, tanto che nel 1991-92 i già citati Gianni Vullo e Giovanni Tumminelli, perlustrando la zona iblea al fine di censire la popolazione canina caratterizzata dalla stessa morfologia e funzione, appurarono che esistevano ancora almeno nove linee genetiche non strettamente imparentate tra loro, ognuna con oltre dieci esemplari.

Primi anni del XX secolo, Sicilia.

Dopo il Meeting sulle razze autoctone siciliane, tenutosi per la prima volta a Grammichele il 31 agosto 2014, fu fondato il Club del Pastore Siciliano che raccolse la documentazione inerente alla razza e la inviò all’Ente Nazionale della Cinofilia Italiana (ENCI) richiedendo l’apertura del Libro Genealogico dedicato allo Spino degli Iblei. L’anno dopo, il 19 novembre 2015, l’ENCI riconobbe lo Spino degli Iblei come razza ufficiale e istituì il Registro Supplementare Aperto (RSA), affidandone la tutela al Club del Pastore Siciliano.

Due esemplari di Spino degli Iblei (foto Gianni Vullo).