La Florida fu colonizzata dalla Spagna, che nel 1819 la cedette agli Stati Uniti in cambio della rinuncia da parte statunitense di qualsiasi richiesta per quanto riguardava il Texas (che poi fu comunque conquistato dagli Stati Uniti ai danni del nuovo proprietario, il Messico). Naturalmente la Florida aveva proprietari ben più antichi, ossia i cosiddetti pellirosse, e fra questi la fiera popolazione dei seminole, formata da bande di diverse tribù nonché dagli schiavi di colore che riuscivano a fuggire di bianchi e che da loro venivano accolti e integrati a tutti gli effetti come persone libere. Gli Stati Uniti pensarono che assoggettare i seminole e sottrargli i territori fosse cosa relativamente facile, ma in realtà si imbarcarono nelle Guerre Seminole, ossia tre conflitti: il primo durò dal 1817 al 1818 (iniziando quindi quando la Florida era ancora spagnola); il secondo dal 1835 al 1842; il terzo dal 1855 al 1858. La prima guerra fece vittime da ambo le parti, ma la seconda fu ben peggiore e lunga, anzi fu il conflitto più duraturo a cui parteciparono gli Stati Uniti tra la rivoluzione americana e la guerra del Vietnam.

Gli Stati Uniti erano superiori per armamento e numero delle truppe inviate, ma il valore e la tenacia dei seminole, insieme alla loro conoscenza delle paludi e alle tecniche di guerriglia misero in difficoltà i soldati, che potevano attuare soprattutto la distruzione dei villaggi (le cui case, chiamate chickee, erano semplici palafitte con tetto di paglia e senza muri esterni, quindi facili da ricostruire) e delle scorte alimentari. Ma il territorio era veramente ostico, si consideri che l’odierno Parco nazionale delle Everglades, di ben 6.105 km², è solo il 20% dell’area originale, fatta di foreste, paludi e innumerevoli corsi d’acqua. Rintracciare e affrontare i seminole – a meno che non lo volessero loro – era quasi impossibile.

Quadro raffigurante i soldati statunitensi nelle Guerre Seminole.

Gli Stati Uniti già in passato avevano valutato la possibilità di impiegare i cani contro altre tribù indiane. Nel 1763, il vice governatore della Pennsylvania, John Penn, scrisse una lettera al superiore James Young con la quale gli proponeva si dovrebbero accordare tre scellini al mese a ogni soldato che porti con sé un cane forte, di quelli che saranno giudicati adatti a essere impiegati per scoprire e perseguire i selvaggi”. La proposta però non fu accettata, neppure dopo la Guerra Rivoluzionaria del 1776. Anche Benjamin Franklin, in una lettera scritta nel 1775, affrontò il tema, I cani devono essere utilizzati contro gli indiani. Dovrebbero essere grandi, forti e fieri, e ogni cane tenuto con una cinghia per impedirgli di correre inutilmente dietro a scoiattoli o altro. Solo quando ci si avvicina a fitti boschi e luoghi sospetti dovrebbe essere liberato un cane o due per la ricerca degli indiani. In caso di contatto con il nemico, i cani verrebbero tutti liberati e aizzati. Essi saranno più freschi per essere stati trattenuti fino ad allora e saranno molto utili. Questo è stato il metodo spagnolo di custodire le loro marce”. Nel 1779 analoga proposta fu fatta da William McClay, dell’esecutivo del Consiglio Supremo della Pennsylvania, che consigliò di cacciare gli indiani con cavalieri e cani specificando che in questo modo gli indiani sono stati estirpati da tutti i paesi del Sud America. Durante la seconda Guerra Seminole, il generale Zachary Taylor (in seguito 12º presidente degli Stati Uniti d’America) decise che i cani dovevano essere messi in campo.

Taylor sapeva che non molti anni prima gli inglesi avevano impiegato con successo i cani in Giamaica. Qui sarà bene fare un approfondimento. La guerra anglo-spagnola (1654-60), causata da motivi commerciali, portò al dominio dell’Inghilterra anche sulla Giamaica, conquistata nel 1655. Conseguentemente, i coloni spagnoli fuggirono, lasciando liberi i moltissimi schiavi i quali, a loro volta, fuggirono pure loro nel timore di finire nelle stesse condizioni ma sotto gli inglesi. Trovarono rifugio sulle montagne dell’isola, dove furono accolti dalla tribù dei taino – che contavano ben 200 villaggi –, i quali negli anni avevano fatto lo stesso con gli schiavi riusciti a fuggire e con i quali si erano imparentati (insomma, come i seminole). Fu così che nacquero i cosiddetti “maroons”, nome derivato dallo spagnolo “cimarrón”, che stava a intendere fuggitivo, selvaggio e, in senso lato, “che vive sulle cime delle montagne”. In effetti i maroons, che ormai facevano tutt’uno con i taino, presero a vivere come una comunità indipendente nelle zone più selvagge e montuose, dividendosi fra agricoltura e razzie nelle piantagioni dell’isola. Gli inglesi non tollerarono la cosa, però nel 1739-40 trovarono una soluzione firmando un trattato che concedeva ai maroons una piccola parte interna dell’isola, governata da loro ma pur sempre sotto la supervisione inglese. Dovevano però impegnarsi non solo a non accogliere altri schiavi fuggiaschi, ma anzi a catturarli in cambio di una taglia e consegnarli a loro. Cosa che, per degli ex schiavi, non era certo accettabile, tanto che non lo fecero mai.

L’arrivo di un nuovo governatore inglese, meno tollerante, nel 1795 portò alla prima guerra con una fazione dei maroons, circa 500. Gli inglesi si trovarono subito in difficoltà con un nemico che praticava la guerriglia e conosceva perfettamente i luoghi, pertanto decisero di affiancare ai 5000 soldati anche i cani. Per procurarseli scelsero naturalmente quelli più vicini – nonché adatti, essendo i discendenti di quelli dei conquistadores – e contattarono dei “cacciatori” locali, gli stessi cioè che catturavano gli schiavi quando fuggivano. Ne assoldarono 40, con 100 cani, definiti di razza bloodhound – il nome, “cane da sangue”, è significativo – ma in realtà ben diversi dai Bloodhound che conosciamo, essendo non solo dotati di buon fiuto ma anche di grande aggressività e concretamente capaci di uccidere. Questi cacciatori furono contattati, per conto delle autorità inglesi, dal colonnello W. D. Quarrell, un piantatore locale e membro della legislatura. I cani, chiamati per l’esattezza Cuban Bloodhound, erano addestrati a rintracciare i fuggiaschi e a bloccarli, limitandosi ad abbaiare per richiamare i padroni e a ringhiare al fuggitivo per terrorizzarlo. Se però tentava di fuggire o reagiva, lo sbranavano.

The Hunted Slaves, quadro di Richard Ansdell, 1861.

Questi cani, inseparabili dai loro padroni, avevano il pelo duro ed erano molto robusti. Venivano picchiati spesso dai padroni, per abituarli a sopportare il dolore e quindi la reazione dei fuggiaschi. Per fare ciò li colpivano con grande violenza con il piatto della lama dei machete. Quel che stupisce è che i cani, nonostante tutto, fossero fedeli ai loro padroni e affezionati. Probabilmente i cani più letali mai creati dall’uomo contro gli uomini stessi – dopo i cani da guerra dei conquistadores spagnoli, da cui discendevano direttamente –, avevano coraggio e ferocia inauditi. Il comandante delle truppe inglesi in Giamaica, generale Walpole, non era troppo convinto sull’efficacia di questi cani e così li fece schierare insieme ai loro conduttori, ognuno dei quali ne teneva due al guinzaglio. Poi gli ordinò di avanzare. Quando furono vicini fece sparare i suoi soldati tutti insieme, verso l’alto, convinto che i cani si sarebbero dati alla fuga. Quelli invece si inferocirono, trascinarono letteralmente i loro padroni e attaccarono i soldati, strappandogli dalle mani i fucili con i quali cercavano di difendersi. I fucili allora erano a un solo colpo. Dovettero fuggire tutti, incluso il generale che si arrampicò ignominiosamente su un carro. Fortunatamente i conduttori cubani riuscirono a rallentare e poi bloccare i cani che si stavano avventando contro i cavalli, gli unici rimasti lì intorno. Una volta utilizzati, i maroon, scovati dai cani fin nei rifugi più irraggiungibili, si arresero.

Tornando ai seminole e alla Florida, la guerra riscoppiata nel 1835 vedeva al comando delle truppe statunitensi (oltre 10.000 soldati, 200 marinai e Marines e 30.000 della milizia contro 900-1400 guerrieri seminole iniziali) il generale Thomas Sidney Jesup, il quale, disonorando l’esercito stesso, violò ripetutamente i termini di tregua catturando i capi Osceola e Micanopy durante gli incontri per parlamentare. Del resto a proposito dei seminole era solito dire che “Il paese può liberarsi di loro solo sterminandoli”. Nonostante la disparità di forze, l’esercito ebbe più vittime, ufficialmente 1.466 (buona parte deceduti per malattia) e una sessantina della Marina, mentre dei miliziani morti non tenne il conto nessuno, a quanto se ne sa. Inoltre nel 1839 a Washington si cominciò a pensare (e lo stesso vale per l’opinione pubblica) che i seminole si erano ben guadagnati il diritto di rimanere in Florida, se non in tutto, almeno in una parte dei loro antichi territori. C’era poi il costo della guerra, 93.300 dollari al mese in aggiunta alla paga dei soldati regolari, e delle attrezzature come le barche, chiatte e canoe fatte costruire per muoversi in quei labirinti d’acqua. Stranamente, le canoe che l’esercito aveva pagato 10-15 dollari l’una, la Marina (che nella guerra investì oltre mezzo milione di dollari) le aveva pagate 226 dollari…

Imboscata dei seminole ai soldati statunitensi.

Zachary Taylor (allora colonnello, poi promosso sul campo generale) nel gennaio 1840 fece allora arrivare da Cuba trentatre esemplari di Cuban Bloodhound nonché cinque addetti, al costo totale di 5.000 dollari dell’epoca, che tuttavia non è nulla confrontato ai 40 milioni di dollari (sempre dell’epoca ) che costarono le Guerre Seminole. Da notare che Taylor aveva chiesto al comando e ricevuto il permesso di acquistare i cani nel 1838 (quindi tre anni dopo l’inizio della seconda Guerra Seminole), cosa che però poi non aveva fatto. Ma a quel punto reputò che fosse impellente.

Il Generale Zachary Taylor

Il risultato fu contrastante. Sulla terraferma i cani trovavano la pista dei seminole senza problemi, perché non è vero che fiutassero solo i negri. Vero è che li si addestrava proprio con persone di colore che, con non pochi rischi, correvano per qualche ora cercando di fare perdere le tracce. I cani venivano slegati dopo e quando erano ormai vicini l’inseguito aveva avuto la saggezza di rifugiarsi su un albero. Tuttavia i cani sono animali intelligenti e quando il gestore gli indicava una pista fra la vegetazione capivano subito che quello era il loro obiettivo, bianco o nero o rosso che fosse. Del resto quei trentatre Cuban Bloodhound erano tutti esemplari addestrati ed esperti sul campo, e i loro padroni non erano da meno. Quel mestiere facevano. Il problema era che i seminole avevano trovato rifugio nelle Everglades, con centinaia di piccoli laghi e fiumi, paludi con mangrovie, una distesa immensa di alte erbe palustri e punti di terraferma sparsi nel territorio.

Una parte delle Everglades vista dall’alto.

Nelle Everglades la faccenda cambiava totalmente. I seminole si spostavano camminando nell’acqua se era bassa, oppure su leggere canoe se era alta, approdando chissà dove in quel labirinto di isolette. Inoltre quello stesso dedalo di canali incanalava il vento in una direzione, lo disperdeva o lo riportava dall’altra ed era difficilissimo anche per i cani capire la fonte primaria. I soldati in quel caso dovevano salire sulle canoe, o sulle più grandi barche della Marina, caricarci pure i cani e andare a caso sul punto della terraferma da cui fare ripartire la ricerca. In pratica, i Cuban Bloodhound avevano funzionato in Giamaica perché era montagnosa e non costellata da zone d’acqua. Non solo, quando si percepiva che i seminole erano sulla terraferma, poco lontano, bisognava raggiungerli, quasi sempre a piedi, ma ovviamente dli indiani nati e vissuti lì erano ben più scaltri e rapidi. E liberare i cani non si poteva perché l’opinione pubblica degli Stati Uniti si schierò subito contro un uso cruento di questi cani tristemente famosi per la loro ferocia, con petizioni al governo provenienti da ogni parte. I quaccheri del New Jersey, Pennsylvania e Indiana protestarono con forza contro il loro uso da parte delle truppe del generale Taylor, tanto che il governo emanò l’ordine che i cani fossero sempre tenuti al guinzaglio e con la museruola. Ergo, i cani – per fortuna – non poterono fare il loro “lavoro” per tutta una concomitanza di motivi e alla fine furono rimandati a Cuba, tranne qualche esemplare che andò a ingrossare le fila dei cani usati nelle piantagioni degli Stati Uniti che li usavano per gli schiavi. Nonostante le stampe fatte circolare nel 1848, alla fine della guerra, raffiguranti l’uso cruento di questi cani contro i seminole, ciò non è affatto vero.

La guerra terminò, ma poi scoppio la terza Guerra Seminole. Alla fine buona parte dei seminole, i sopravvissuti, fu deportata ma quelli che avevano continuato a combattere nelle Everglades invece no e alla fine il conflitto cessò per stanchezza lasciando le cose come stavano. Anzi, non è stato firmato ufficialmente alcun trattato di pace e quindi teoricamente si sarebbe in guerra pure oggi. Tuttavia l’autonomia dei seminole fu di fatto riconosciuta nel 1923 dagli Stati Uniti d’America con la costituzione in riserva dei territori occupati dalla nazione, seguita nel 1957 dall’accordo formale con cui fu confermata la loro sovranità sui territori tribali e definito un indennizzo per i territori confiscati. Da allora le tribù hanno sviluppato economie basate in particolare sulla vendita di tabacco, sul turismo e sul gioco d’azzardo. Sono pure proprietari (l’hanno pagata un miliardo di dollari!) della famosa catena di ristoranti tematici Hard Rock Cafe, con 143 punti vendita in 42 paesi del mondo e un’immensa collezione (circa 85.000 pezzi) di oggetti appartenuti a grandi personalità del mondo musicale