L’orso cattivo nelle fiabe non esiste, mentre il lupo cattivo sì. Eppure a livello planetario sono oggi molte più le vittime umane del primo rispetto a quelle del secondo. Parrà strano ma è così, anche se a dire il vero l’orso bruno europeo all’uomo proprio non ci bada, se non costretto o minacciato. Essendo quel goffo e burbero impiastro che è (ma solo nei racconti) ci è simpatico, forse perché appare uno sfigato come tantissimi di noi a cui una cosa se può andare bene o male, va male. Del resto non è forse vero che a fine maggio 2017 un orso sul Mount Roses, in Nevada, prima è stato scacciato e inseguito dai cani da guardia di una fattoria e subito dopo è stato tamponato da un ciclista che scendeva velocissimo su quei ripidi tornanti? Ovviamente chi ci ha rimesso è stato in parte il ciclista, ma soprattutto la bicicletta. Sapete chi era il ciclista? Il professionista Matteo Trentin, in allenamento dopo avere partecipato al Giro di California e che ha stabilito un record… non sportivo, ma assoluto, essendo stato il primo uomo a tamponare in bicicletta un orso, fra l’altro di un paio di quintali e che più spaventato di lui si è dato a una vera fuga (e non ciclistica, come si dice in gergo sportivo). “Sempre indossare il casco, ragazzi!” – ha scritto su Facebook – “Non c’era spazio per frenare e quindi ho avuto un incidente con lui!!! E non era una soffice orsacchiotto”. Parrebbe che di questi tempi gli orsi, purtroppo, ce l’abbiano con i trentini. Non solo quelli italiani, ma gli orsi di tutto il mondo, inclusi quelli del Nevada. Del resto Trentin con un simile cognome, e per di più trentino di nascita, qualcosa avrebbe dovuto immaginare…

In questi anni la televisione, il cinema, i fumetti, i libri, hanno rappresentato l’orso come un animale potente ma bonaccione e ben disposto verso gli umani. I vari Yoghi, Bubu, Baloo e così via fanno testo. Ai bambini si regala un orsetto di peluche, mica una tigre di pezza. Il primo ritenuto inoffensivo, la seconda feroce. Sapessero che gli orsi bruni a volte nella taiga russa uccidono le tigri e le mangiano, forse la penserebbero diversamente… Il fatto è che lo stesso orso può ammazzare e trascinare via un toro oggi, e il giorno dopo spaventarsi davanti a un gatto domestico e arrampicarsi su un albero per “salvarsi”. Sono imprevedibili ed è per questo che nei circhi sono ritenuti dai domatori gli animali più pericolosi, perché non dimostrano quali sono le vere intenzioni del momento. La potenza e la furia che un orso può mettere in campo erano ben note nell’antichità e difatti fra i barbari del nord esistevano i berserkir (letteralmente “pelle o veste d’orso”), guerrieri che, ubriachi o drogati e nudi, ma coperti da una pelle d’orso testa inclusa, andavano selvaggiamente all’attacco dei nemici, senza strategia né paura né dolore, menando colpi all’impazzata con la furia di una belva. Appunto, dell’orso.

Raffigurazione su legno di un berserkir (a destra), Öland, Svezia.

L’orso da molte popolazioni del mondo era mangiato ma pure venerato come un dio, per esempio  dagli ainu del Giappone o dalla tribù tungusa siberiana dei gilyak, i quali ritenevano che l’anima del cacciatore ucciso in combattimento da un orso entrasse in lui. Molti i personaggi mitici legati all’orso, come Beowulf, il cui nome significa “lupo delle api” e quindi orso, così chiamato in quanto goloso di miele. L’orso plasma anche la vita: secondo Aristotele, e poi Plinio, i piccoli dell’orso appena nati non hanno ancora forma definitiva ed è la madre a dargliela leccandoli accuratamente, e difatti nel duecentesco Bestiario moralizzato di Gubbio l’orsa che plasma i figli con la bocca diviene il simbolo della Chiesa che forma il cristiano per mezzo del battesimo. L’orso è anche protagonista dell’onomastica nobiliare e delle insegne araldiche, soprattutto nell’araldica medievale tedesca e francese del sud. Veniva anche cacciato, e per millenni furono utilizzati grandi, potenti e pugnaci cani il cui compito era di raggiungere la preda e di combatterla con ferocia. In questo compito in Italia erano perfetti i cosiddetti cani da presa meridionali, discendenti dal molosso romano e progenitori delle attuali razze del Cane Corso e del Mastino Napoletano.

Due molossi lottano contro un orso bruno.

Nel medioevo e rinascimento, oltre che nell’antichità, per la grossa selvaggina come il cinghiale, il lupo e l’orso questi grandi cani non dovevano uccidere la preda ma solo azzannarla in gruppo e contemporaneamente da più parti in modo da immobilizzarla il più possibile affinché un addetto potesse avvicinarsi e ucciderla con una pugnalata al cuore. Tale uso continuò anche nei secoli successivi nelle cacce nobiliari. Tuttavia è ovvio che con l’avvento delle armi da fuoco questa tecnica concretamente andò a finire e quindi divennero inutili anche questi grandi e pugnaci cani. L’orso era una minaccia per il bestiame e soprattutto per le pecore ma questo non giustifica il vero e proprio massacro, spesso di ferocia gratuita, che si fece cacciando e sterminando senza sosta un animale che certo non ha una natura predatoria verso l’uomo.

C’è da dire che nell’Italia settentrionale i pastori non avevano – e non hanno – un tipo o razza di cani adatta all’orso, quanto meno a cercare di contrastarlo fisicamente poiché certo nessun gruppo di cani, anche enormi e funzionali, riuscirebbe ad abbattere un orso adulto. In effetti il cosiddetto Mastino Alpino o Garouf era un cane da tiro e guardia e non da protezione del bestiame, o almeno non era quello il suo principale utilizzo. Inoltre questo progenitore del Cane di San Bernardo era solo un robusto cagnone di 40-45 kg e non molto di più. Il Cane da pastore Bergamasco invece, razza antica e pur molto valida, era ed è ancor meno pesante e riteniamo neppure in grado di affrontare vittoriosamente un lupo. In pratica, se arrivava un orso determinato il pastore fuggiva. L’orso era temuto perché non si limitava a predare qualche pecora o capra, ma grazie alla sua eccezionale forza poteva (e può) abbattere anche asini e bovini adulti. Inoltre la precipitosa fuga del bestiame terrorizzato poteva concludersi in qualche burrone con la conseguente perdita di decine di capi. Si comprende quindi perché la caccia a questa specie, in quei tempi di fame pure per l’uomo,  fosse tanto tenace.

L’attacco degli orsi al gregge.

In Italia fortunatamente non c’era la diffusa abitudine, tipica di altri stati, di organizzare combattimenti fra orsi e cani e così i cuccioli catturati venivano venduti a buon prezzo ai girovaghi detti orsanti i quali appunto giravano l’Italia e pure l’estero organizzando nelle piazze spettacoli circensi con cani, scimmie, cammelli, uccelli e appunto pure orsi. Queste persone, soprattutto emiliane e liguri, avevano al seguito pure bambini affidatigli dalle rispettive famiglie che fino al XIX secolo durante le carestie erano letteralmente alla fame. Non per modo di dire, proprio morivano di fame. Dare i bambini – spesso per mai più rivederli – a questi girovaghi significava togliere una bocca da sfamare in famiglia e nel contempo dare al bambino una possibilità di avere abbastanza cibo per sopravvivere. Purtroppo alcuni di questi girovaghi utilizzavano i bambini per mendicare e allo scopo di impietosire la gente arrivavano al punto di spezzare una gamba o un braccio al bambino rendendolo storpio. Cose assolutamente orribili ma che possono fare capire la terribile realtà dei ceti più poveri e disperati di un tempo e quindi del vitale valore di una capra o maiale di famiglia. Vederseli portare via dal lupo o dall’orso era una vera tragedia e significava la fame per tutti e la morte per i più deboli, come i bambini. Ovvio che tali animali venissero sterminati appena si poteva, perché quell’epoca era totalmente diversa da quella che viviamo oggi in Italia. Noi semplicemente – e per fortuna – non sappiamo e neppure riusciamo a comprendere come si possa morire per fame, ossia non cibarsi di nulla per settimane.

Un orsante.