Facciamo prima un po’ di chiarezza sulla famiglia degli ursidi, che comprende tre sottofamiglie: Ailuropodini (Ailuropodinae, ossia il panda gigante), Tremarctini (Tremarctinae, e cioè l’orso dagli occhiali) e Ursini (Ursinae, con sei specie divise in uno o tre generi, a seconda degli studiosi). Quasi tutti gli orsi cercano di evitare l’uomo, anche se il grizzly nordamericano, l’orso polare e gli orsi neri asiatici possono attaccarlo di propria iniziativa. Parrà strano ma proprio il simpatico e pacifico orso Baloo, personaggio del famoso romanzo Il libro della giungla – appartenente alla specie orso labiato (Melursus ursinus) – è il più pericoloso di tutti, con decine di vittime ogni anno. Il problema è che dovendo sopravvivere in aree in cui vivono anche tigri e leopardi dev’essere obbligatoriamente aggressivo. Se si considera che si ciba soprattutto di termiti e vegetali, che è pertanto attirato dai campi coltivati e che l’uomo riduce sempre più i suoi spazi naturali, si capirà che le possibilità di un incontro là dove vive non sono remote. Inoltre ha un pessimo udito e fa un sacco di rumore sbuffando e scavando, per cui non sente l’avvicinarsi di un uomo poco attento. E quando l’uomo si trova troppo vicino il plantigrado si spaventa e attacca automaticamente. L’altro orso appena meno pericoloso, ma comunque con vittime ogni anno, è il più grande orso nero tibetano (Ursus thibetanus).

Mowgli e Baloo (disegno di Kaek).

E l’orso bruno allora? Senza dubbio è molto, molto meno pericoloso, escludendo il grizzly (Ursus arctos horribilis) e magari pure l’orso bruno dell’Amur (Ursus arctos lasiotus). Sarà bene chiarire che l’orso bruno (Ursus arctos) è la specie, e che tutti gli altri orsi bruni di diverse aree, magari più piccoli o molto grandi – da 100 a 800 kg allo stato selvatico – sono solo sottospecie. Si tratta di 14 sottospecie (altre si sono estinte in tempi relativamente recenti) che vanno dal grizzly al kodiak al tibetano, spagnolo, siriano e così via fino al nostro marsicano. Tutte sottospecie di orso bruno, e non specie, checché ne dicano i pareri da campanile. In Italia gli orsi sono presenti in Centro Italia e nel Trentino Alto Adige, Veneto e Friuli Venezia Giulia.

Quello del Centro Italia è il marsicano, pesante fino a circa 250 kg e di cui esistono circa 55-85 esemplari fra Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise e altri parchi circostanti. La dieta di quest’orso è composta per quasi il 90% di vegetali selvatici ma pure coltivati, integrati a volte con razzie notturne in magazzini e stalle alla ricerca di formaggi e salumi e quando capita pure di animali domestici e bestiame, in particolare pecore ma anche asini e vacche. Di norma i cani dei pastori in gruppo lo tengono lontano dai greggi abbiano furiosamente e mordicchiandolo, sempre però pronti a fuggire. Di sicuro, se l’orso decide di fare una cosa, la fa e basta e nessuno può farlo desistere. A volte, e in Abruzzo non è un caso eccezionale, entra pure nei paesi in cerca di cibo, sempre però pronto a fuggire. Non vuole attaccare l’uomo, lo conosce e lo evita. Non fosse per quei succosi frutti degli alberi, le carote dell’orto, il dolce miele delle arnie e tante altre leccornie di cui l’uomo – secondo l’orso – pare non curarsi, non lo si vedrebbe neppure. Purtroppo questa popolazione ursina, nonostante gli interventi attuati, risulta sempre a rischio di estinzione a causa del numero ridotto, del basso tasso riproduttivo e della limitata variabilità genetica che li espone anche maggiormente alle malattie. Purtroppo si verificano pure atti di bracconaggio e avvelenamento da parte di ignoti.

L’orso marsicano solitamente non è aggressivo e nelle tante cacce che si fecero si riscontrò quasi sempre che seppure ferito preferiva fuggire. Ne L’Abruzzo, anno I, n. 5, maggio 1920, si ricorda solo il caso di un orso ferito a fucilate e in fuga che alla sella dei Tre Confini si trovò davanti il pastore Cugno, il quale probabilmente fu dall’animale considerato uno dei battitori che lo stavano braccando. L’uomo fu aggredito ma intervenne il cane del pastore che lo morse più volte distraendolo finché non arrivarono i cacciatori che ammazzarono l’orso. Cugno riportò ferite gravi ma non mortali. Chi non avrebbe fatto come il plantigrado? Secondo L’Abruzzo si ricordava un solo orso bruno che attaccava di sua iniziativa i viandanti e che a seguito delle battute organizzate dalle autorità si spostò nella zona di Alfedena, dove fu abbattuto. E neppure questo esemplare uccise mai nessuno. Se l’orso marsicano è giunto fino a oggi lo si deve in particolare al divieto di caccia di Vittorio Emanuele II, seguito da quello di Vittorio Emanuele III e infine dall’istituzione del Parco d’Abruzzo.

Re Vittorio Emanuele II.

Una curiosità, gli orsi marsicani potrebbero avere lontane tracce di sangue di orso bruno russo, visto che il generale napoletano Pietro Colletta nel suo saggio La Storia del reame di Napoli dal 1734 sino al 1825 scrisse che Ferdinando IV di Borbone, re delle Due Sicilie, tornando dal congresso di Laibach (Lubiana, in Slovenia) nel 1821 seco traeva alcuni orsi grossissimi, donati dall’Imperatore di Moscovia, e graditi per migliorare (ei lo affermava) la specie di orsi che ne’ boschi d’Abruzzo vive poco feconda e tapina. Ovviamente non è che lo zar Alessandro I di Russia andasse in giro per l’Europa con orsi al seguito ed è evidente che la cosa fra i due regnanti fosse stata concordata e organizzata. Se poi questi orsi, una volta liberati in natura, sopravvissero e si accoppiarono con quelli locali, non lo sappiamo. Ferdinando IV di Borbone era appassionato di caccia e fra l’altro reintrodusse il cinghiale in Sicilia in quanto quelli locali erano ormai rarissimi a causa dell’eccessiva caccia.

Arriviamo all’orso alpino, di cui la recente uccisione in Trentino Alto Adige di un esemplare che aveva già attaccato e ferito gravemente due persone, ossia l’orsa Kj2, ha scatenato le proteste di una parte della popolazione, proteste spesso farneticanti come “l’orso è lì da prima di noi e quindi lì non ci deve andare nessuno”, senza forse sapere che l’uomo vive su quelle montagne da almeno 12.000 anni e cioè dal Mesolitico e che quindi a nostro parere ha gli stessi diritti di vivere e fruire l’ambiente dell’orso. Dalla parte avversa, gli anti orso dicono che in Trentino Alto Adige i circa 60 orsi sono troppi e bisogna abbatterne buona parte, senza sapere che questa regione di poco più di un milione di abitanti è più piccola di circa il 30% dell’intera Slovenia dove però gli abitanti sono più del doppio e di orsi ce ne sono circa 700 esemplari. Insomma, la Slovenia è quattordici volte più piccola dell’Italia eppure ha una popolazione di orsi circa 6-7 volte maggiore. Attenzione, questo nonostante gli 83 orsi (e 10 lupi, su una popolazione totale slovena di una cinquantina a fronte dei nostri almeno 2-3000 lupi che sono assurdamente totalmente protetti) abbattuti legalmente dai cacciatori nel 2016 all’interno di un programma statale per la gestione sostenibile di questa specie del ministero per la Protezione dell’Ambiente Naturale. E nonostante i 93 orsi abbattuti sempre legalmente nel 2017. Senza contare i circa 20 orsi morti ogni anno a causa di incidenti stradali, avvelenamenti e altro. Nonostante questo la popolazione di orso in Slovenia è in aumento. Com’è possibile? Semplice, la caccia all’orso, severamente e argutamente pianificata, porta soldi e quindi benefici alla gente locale, che pertanto ben accetta i plantigradi.

Amministrazione Provinciale di Trento, foto Carlo Frapporti, Archivio Servizio Foreste e Fauna.

L’orso pure nell’Italia settentrionale c’è sempre stato e se si era quasi estinto la colpa fu di cacciatori, agricoltori e allevatori. Poco ma sicuro. Il problema era dato dall’antropizzazione, dal fatto che si tagliavano sempre più boschi per creare pascoli, che gli orsi venivano uccisi perché a volte per la fame aggredivano il bestiame e non per ultimo erano (sono) buoni da mangiare, e a cacciarli ci si sentiva pure eroi e ci si guadagnava incassando le taglie istituite dalle autorità e vendendo pelle, carne e grasso. In Valtellina nei primi anni del ‘900 la taglia sull’orso era di 74 lire per un maschio, 99 per una femmina e 25 per ogni piccolo. Ma come scritto, l’animale abbattuto – in qualsiasi modo e periodo, senza limitazioni – dava un ulteriore guadagno: i macellai ne vendevano la carne a circa 2 lire il chilogrammo e le zampe erano particolarmente apprezzate. Col grasso dell’orso si facevano cosmetici molto in uso per la conservazione dei capelli e come rimedio per la calvizie. Il prezzo di una pelle con la testa e le estremità degli arti intatte andava dalle 30 alle 50 lire.

Alcuni di questi cacciatori divennero pure famosi, come Luigi Fantoma (1819-1896) di Strembo che ne ammazzò 25, mentre Domenico Ramponi di Carciato solo fra il 1820 e il 1840 ne abbatté 49, Paolo Maturi di Mezzana ne uccise 18, Giacomo Nicolussi di Molveno 31 e i fratelli Emanuele e Michele Lorenzoni di Cles “solo” 9. Dalla parte dell’orso alpino, a quanto ne sappiamo, c’è un solo morto, Marco Antonio Slanzi di Vermiglio che nel 1851 al Tonale andò a caccia dell’orso, gli sparò e lo ferì. Il plantigrado, giustamente infuriato, lo atterrò e benché il cacciatore gli si stringesse contro affinché l’animale non riuscisse a morderlo, colpendolo anche al ventre col coltello, fu ferito   gravemente. L’orso morì lì, l’uomo poco dopo, visto che l’animale l’aveva azzannato comunque alla testa. Diciamo che Slanzi se l’era voluta e gli era andata male…

Orso abbattuto in Val di Non, fine XIX-inizio XX secolo.

La distribuzione e la consistenza della specie iniziarono a contrarsi notevolmente a partire dal XVIII secolo, fino alla sua definitiva scomparsa in tutta la porzione centro-occidentale delle Alpi italiane avvenuta nella prima metà del ‘900.  Vale anche per gli stati confinanti, visto che già nel 1889 il periodico Diana Suisse, organo ufficiale dell’Associazione dei Cacciatori Svizzeri, richiedeva l’abolizione  dei premi sull’abbattimento degli orsi e avanzava la proposta di attivare un fondo per il rimborso dei danni al fine di evitare l’estinzione del plantigrado. Anche da noi l’opinione pubblica cominciava a volere la cessazione di questa strage e quando nel 1911 alcuni cacciatori portarono a Cles i cadaveri di un’orsa e tre cuccioli,  la gente li disapprovò duramente e il giornale Alto Adige il 15 maggio dello stesso anno scrisse della deplorevole strage, conseguenza di una rancida legge provinciale sulla caccia che accorda premi ai distruttori del nostro patrimonio faunistico, di una nobile e rara selvaggina e chiedeva che si abolisca una buona volta la taglia sull’Orso se non si vorrà privare in breve tempo le nostre belle montagne del loro più forte e nobile abitatore!

La specie in Italia fu dichiarata protetta con il Testo Unico sulla Caccia (n. 1016 del 1939), ma tardivamente. Se agli inizi degli anni ’60 gli orsi erano ridotti forse a 15 esemplari, negli anni ’90 la stima di quelli originari scese a 3-5. Dopo la fine degli anni ’80 non si registrarono più nuove nascite e gli ultimi esemplari frequentavano quasi esclusivamente l’area del Gruppo montuoso della Campa, nel Brenta nord-orientale (Val di Non). Tuttavia, nell’allora Jugoslavia gli orsi dinarici erano numerosi e, praticamente da sempre, da lì sporadicamente arrivavano spontaneamente in Friuli Venezia Giulia esemplari erranti (vale anche per l’Austria, dove l’orso era estinto). E non pochi, almeno 5-15 esemplari a partire solo dagli anni ’60, purtroppo tutti maschi. Nel 1995 furono riportate le prime segnalazioni in Provincia di Belluno. Nel 1999 venne accertata la presenza di un orso sul Monte Tauro, in Valsugana (TN).

Pertanto, l’accusa mossa alla Regione Trentino Alto Adige di avere introdotto orsi sloveni diversi da quelli presenti nell’area è semplicemente falsa, perché da sempre vi arrivavano proprio da lì e con le proprie zampe. Tentativi di reintroduzione dell’orso erano già stati fatti in precedenza: nel 1959-60, in Val dei Lares, il naturalista austriaco Peter Krott tenne due giovani orsi, provenienti dallo zoo di Praga, nei pressi di una baita di Carisolo. Con la loro presenza avrebbero dovuto fare avvicinare gli orsi selvatici affinché Krott potesse studiarli, dopodichè – almeno così diceva il naturalista – gli orsetti sarebbero stati restituiti allo zoo. Ma i due animali ovviamente andavano dove volevano e si avvicinavano troppo alle case e quindi furono catturati e messi in un recinto.

Dieci anni dopo, nel 1969, si riprovò con altri due giovani orsi dei Carpazi, allevati nello zoo di Zurigo e quindi pure loro inadatti, liberati in Val di Genova dove causarono gli stessi problemi, finendo il maschio abbattuto e la femmina in uno zoo. Il terzo tentativo fu compiuto nel 1974, con due maschi di circa 15 mesi liberati in località Selva Piana, nel comune di Cavedago, a cura della Provincia di Trento. Si stanziarono nella Valle dello Sporeggio, ma fu subito evidente che erano poco timorosi dell’uomo  tanto che uno scomparve nel 1976, forse ucciso da pastori nella Valle di Non, mentre l’altro morì travolto da una valanga nel 1978.

Nel 1996 mediante finanziamenti Life dell’Unione europea prese l’avvio il “Progetto Life Ursus – Tutela della popolazione di orso bruno del Brenta”, promosso dal Parco naturale dell’Adamello-Brenta in collaborazione con la Provincia Autonoma di Trento e con l’Istituto Nazionale per la Fauna Selvatica (Infs, oggi Ispra). Quest’ultimo fu incaricato di studiare la fattibilità e probabilità di successo del progetto e analizzò 60 parametri, tra caratteristiche ambientali e aspetti socio-economici, su una superficie di 6.500 km² e quindi ben oltre i confini della Provincia di Trento. Circa 1.700 km² risultarono idonei alla presenza dell’orso. La popolazione fu interpellata e più del 70% degli abitanti fu favorevole al rilascio di orsi nell’area. Quindi si è male informati, o in malafede, quando si dice che il progetto non fu ben valutato e che la popolazione non venne coinvolta o fosse contraria. In considerazione del fatto che la futura popolazione minima vitale dovesse ammontare a circa 40-60 individui, tra il 1999 e il 2002 furono rilasciati 10 orsi (3 maschi e 7 femmine) provenienti dalla Slovenia e che si adattarono bene al territorio, tanto che iniziarono a riprodursi. Dal 2004 il progetto di reintroduzione si chiuse ma ovviamente solo per quanto riguarda la liberazione di altri orsi, che grazie alle nascite salirono a circa 25 individui nel 2007, una trentina nel 2010, 40-50 nel 2014 e circa 50-60 oggi distribuiti, grazie ai tipici spostamenti di questi animali, in Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia, Veneto e Lombardia.