di Leonardo Soregaroli*

Theodore Roosevelt (1858-1919), 26° presidente degli Stati Uniti, fu anche un appassionato cacciatore che fece safari in buona parte del mondo. Cacciò anche il lupo e questa sua descrizione ci fa comodo: “L’immensa agilità e ferocia di questa bestia selvaggia, il terribile morso delle sue fauci zannute, e la vita dura che passa, gli sono di grande vantaggio contro i cani, più grassi, dai denti più piccoli, e dalla pelle morbida, sebbene siano nominalmente delle razze selezionate per il combattimento (…) non ho mai visto un cane di questa categoria (un grande mastino N.d.A.) che giudicherei un degno avversario per uno dei grossi lupi del Montana occidentale. Anche se il cane fosse il più pesante dei due, i suoi denti e artigli sarebbero molto più piccoli, e la sua pelle meno dura”. Già in precedenza si credeva che il lupo fosse protetto da una sorta di corazza naturale sotto la pelliccia. Per esempio in Francia, dove non pochi lupi fino al XVIII secolo parevano invulnerabili alle fucilate, ma questo era dovuto solo alla scarsa gittata e potenza delle armi da fuoco dell’epoca, prima del comune utilizzo dei fucili a canna rigata. Comunque sia, spellando un lupo in quegli anni non era raro trovare fra la pelle e i muscoli persino decine di pallini e palle che magari anni prima l’avevano solo ferito superficialmente. Oltre a quanto scritto sopra, il motivo era che si trattava di un animale selvatico, dalla pelle dura che ricopriva un corpo dai solidi muscoli.

Theodore Roosevelt (in piedi, secondo da destra) a una battuta al lupo svoltasi dall’8 al 13 aprile 1905 a Frederick, Oklahoma. Tuttavia quello nella fotografia sembra più un coyote.

Bene, il cane non solo ha la pelle meno spessa e dura di un lupo ma persino di un uomo, più delicata, più esposta a traumi e più lacerabile perché l’epidermide è formata da meno strati di cheratociti. Difatti l’uomo ha 15 strati mentre il cane solo 3-5. Scopriamo questo aspetto del nostro migliore amico, includendo anche il pelo che ovviamente gli dà un’ulteriore protezione che invece noi umani non abbiamo.

Il cane è probabilmente l’animale che ha l’aspetto esteriore più variabile. Molte sono le razze che si sono originate o create nel tempo i cui soggetti si  differenziano sensibilmente tra di loro  per dimensioni, muso, forma del corpo e mantello. Ci si chiede se tale eterogenicità canina possa portare a differenze sostanziali della pelle e se di conseguenza essa  debba essere trattata in modo diverso. La pelle del cane, come quella di altri animali è composta da tre strati: epidermide, derma e ipoderma. L’epidermide, la parte più superficiale, è formata generalmente da 5 strati di cellule, dette cheratociti, che dalle zone più profonde verso le superficie si arricchiscono di una proteina detta cheratina. Esse diventano piatte, resistenti e impermeabili grazie anche a uno strato di grasso che le tiene unite. Il derma, strato intermedio, funge da sostegno per la presenza di fibre elastiche e di collagene che conferiscono  elasticità  e resistenza. L’ipoderma, più profondo, è principalmente formato da cellule ricche di  grasso che isolano l’animale. Nell’epidermide del cane sono presenti acqua e sali minerali. L’acqua deriva sia dal passaggio transepidermico sia dalla secrezione delle ghiandole sudoripare. Essa svolge un’importante azione idratante e contribuisce, mescolata ai sali minerali e sostanze contenute nel sebo, a formare quello strato idrolipidico necessario alla protezione della pelle dell’animale. Anche i sali  derivano dal sebo e se in alta  concentrazione, per evaporazione dell’acqua, possono inibire lo sviluppo di alcuni batteri.

Nel derma si trovano vasi sanguinei, ghiandole sebacee e i follicoli piliferi. Le ghiandole sebacee producono un sebo che unito al sudore e all’acqua forma il citato strato idrolipidico il quale rappresenta una barriera fisica e chimica. Esso oltre a proteggere la pelle dell’animale veicola molte sostanze  di difesa sia aspecifiche sia specifiche. Le aspecifiche sono rappresentate principalmente dalla transferrina (molecola che  sottrae ferro e complessa le parete dei microorganismi alterandola), dall’acido linoleico e dagli sfingolipidi (derivano dalla degradazione dello strato corneo e sembra abbiano un’azione antibatterica potente). Le difese specifiche sono invece costituite da strutture proteiche proprie del sistema immunitario, dette immunoglobuline. All’interno del derma e dell’epidermide esiste comunque un sistema articolato di difesa che cattura e neutralizza tutti i gli agenti che penetrano nella pelle e che possono originare malattie nell’organismo.

A eccezione delle razze glabre, la maggior parte dei cani sono coperti dalla pelliccia i cui peli hanno origine nel derma dai follicoli piliferi. I peli crescono dal follicolo in gruppo; il pelo principale forma la pelliccia più esterna ruvida e gli altri, più sottili, il sottopelo. Alla base di ogni follicolo è presente una papilla che produce la cheratina, di cui il pelo è costruito, e  un muscolo che permette al pelo di rizzarsi. Il pelo del cane cresce continuamente e costantemente viene rinnovato, in molti animali la muta avviene in determinati periodi dell’anno. I peli del cane, oltre a svolgere una ovvia funzione di protezione, favoriscono l’unione stretta dell’epidermide con il derma (nell’uomo, non possedendo la pelliccia, l’adesione dei due strati della pelle è favorita da estroflessioni dello strato di epidermide nel derma).

Fino a ora le indagini svolte sulla pelle di cani di  varie razze non hanno portato a evidenziare sostanziali differenze. Ovvio che vi sono razze di cani con diversi mantelli,  tipologie di pelo e le glabre, ma queste difformità non coincidono con variazioni sostanziali dell’organo pelle. L’unico elemento, noto da tempo, che può cambiare è l’acidità (Il ph è una scala di misura dell’acidità o della basicità di una soluzione acquosa) della cute. Il ph della pelle del cane varia con le razze e va da un ph 6.8 del Labrador Retriever a un ph 8.2-8,7 del Pastore Tedesco. Il ph ha un suo particolare significato perché può influenzare l’adesione dei batteri alla cute o inibire l’azione dei loro enzimi, quindi rappresentare un elemento di difesa.

Recentemente è stato realizzato uno studio (Front Vet Sci. 2017 Feb 6;4:6. doi: 10.3389/fvets.2017.00006. eCollection 2017) finalizzato a caratterizzare la variabilità della popolazione batterica presente sulla cute di cani sani e a valutare l’influenza della razza su questa. È emerso che la pelle dell’animale è colonizzata principalmente da Proteobatteri, Firmicutes, Fusobacteria, Actinobacteria e Bacteroidetes e che questi microorganismi sono prettamente individuali e specifici per soggetto; alcuni animali hanno una rappresentazione uniforme dei ceppi, altri presentano un ceppo di maggioranza. L’indagine ha infine sottolineato che la razza ha pochissima influenza su questo aspetto.

Da quanto emerge la pelle dei cani non presenta caratteristiche peculiari di razza per cui non nascono esigenze di trattamento differenti  per mantenere invariate le sue caratteristiche. Per ciò che si conosce non si registrano variazioni  anche nella composizione del film idrolipidico, elemento importante di protezione della cute. A proposito è importante ricordare che i trattamenti di igiene che periodicamente si compiono sull’animale devono essere non aggressivi in modo da non alterare questa importante barriera naturale del cane. Esistono invece, come è evidente, tra le varie razze delle sostanziali differenze di mantello e di tipo di pelo che comportano degli approcci di mantenimento appropriati; si consigliano i più naturali possibili in modo da non modificare, con eccessive toelettature, quelle che sono le caratteristiche tipiche del cane.


Leonardo Soregaroli è laureato in Veterinaria e Farmacia, nonché titolare della ditta Leolab Italia che produce la linea completamente naturale Yupet per l’igiene e la cosmesi del cane.